L'eroismo poetico e materno di Roberto Carifi

Questo libro era atteso. Roberto Carifi, di cui è appena uscito Amorosa sempre, che raccoglie poesie tra il 1980 e il 2018 (La nave di Teseo, pagg. 357, euro 18, a cura di Alba Donati) è un poeta che merita una attenta rilettura e rivalutazione. Carifi, nato nel 1948, ha ancora ora quella grazia drammatica dell'infanzia che riconobbi in lui e amai tanti anni fa. Ricordo bene la prima volta che lo vidi, quando venne a trovarmi a casa mia: capelli chiari a caschetto, l'aria un po' guascone di certi toscani, era in compagnia di sua madre e della sua ragazza di allora, una bella bruna, cui certo ne seguirono tante altre. Mi stupii: ma non avrei dovuto, perché lì, in quella coppia di presenze, insolita almeno allora, nella nostra generazione, era in nuce la poetica di Carifi, il suo straziante essere figlio, il suo legame assoluto con la madre, la sua ricerca di un padre mai trovato, e l'amore vissuto allo sbando, come compimento impossibile di un destino.

Nella sua formazione, mette insieme il rock e Lacan, la filosofia heideggeriana e la militanza nella critica: è a lui che si devono alcuni dei migliori saggi sulla nuova poesia italiana degli ultimi decenni del Novecento. Nel 1995, partecipa alla fondazione del Mitomodernismo. Il suo percorso poetico è però solitario e unico. I suoi modelli, su cui si esercita anche come traduttore, sono Rilke, Trakl, Celan. Il suo lirismo è affilato come la lama di un pugnale, e insieme mite come il sorriso di un angelo. La sua è un'infanzia vissuta tra rovine e vertigini in cui si toccano la terra e il cielo. La madre è presenza assidua, ossessiva, archetipica nei suoi versi: «Madre scolpita nel dolore, forestiero al tuo ventre», «Madre, deportata, oh deportata madre», «Madre, per te venne acceso quel lume». Il poeta-figlio è anche poeta-orfano, come si legge in una delle due dolenti, drammatiche riletture che Carifi fa della più grande preghiera cristiana: «Padre nostro che sei nei cieli/ e nelle terre, nel pianto, nella luce,/ che sei nascosto e rivelato/ padre per sempre allontanato». E il poeta figlio e orfano diventa amante, in liriche bagnate da una luce materiale e trascendente, come Sono i tuoi occhi l'estrema luce, o Mi basterebbe la linea del viso.

Messo a durissima prova dalla vita, Carifi ha resistito con un eroismo personale straordinario. Ha trovato nello spirito religioso che già lo abitava una via non di fuga, ma di ingresso nella Verità. Ha trasformato la sua casa di Pistoia e la sua anima in un tempio buddista. Tibet è il titolo di una raccolta recente, in cui il linguaggio si affina e si ritualizza toccando vertici di purezza espressiva. Ma il vertice più alto di questo libro sono, ancora una volta, le poesie per la madre, divenute ora più semplici e toccanti: Mamma ora vorrei stringerti, Mia cara mamma, tu che sei dove non c'è spazio, e soprattutto Amorosa sempre, con quel vestito rosa, lirica che dà il titolo a tutto il volume e che, non esito a dirlo, è una delle più commoventi, alte, sincere che mi sia capitato di leggere in questi anni.