L'ETÀ DELL'UOMO ELETTRICO Il corpo si fa macchina ma la vita perde senso

Luigi Iannone

S iamo perciò all'atto inaugurale di una nuova metafisica, al capovolgimento completo delle affermazioni di Spinoza su Dio come causa sui. Scuotendo ogni teologica certezza ripercorriamo con agire trasformativo la strada intrapresa da libri o film di fantascienza che un tempo ci apparivano bizzarri e fantasmagorici, e ora invece direttamente conformati alla realtà; narrazioni romanzate ma di fatti sperimentati e sperimentabili. Il personaggio di Morpheus nel film Matrix quando dice «Ci sono campi, campi sterminati dove gli esseri umani non nascono: vengono coltivati» legge infatti con assoluta precisione le istanze metafisiche e sociali di questa nostra epoca e pianifica sviluppi suggestivi. Lo scenario post-umano rappresentato dal film dei fratelli Wachowski è un concentrato di citazioni filosofiche tanto che, per alcuni sequel, i due autori chiesero la consulenza del filosofo Jean Baudrillard, poi invece negata; ma in una scena si vede uno dei protagonisti, Neo, interpretato dall'attore Keanu Reeves, prendere un disco dall'interno di un libro sulla cui copertina si legge Simulacra and Simulations, titolo di un saggio di Baudrillard.

Ancora una volta tale ordine simbolico che ora ci appare dominante ha una sottotraccia antica; è l'Ottocento il secolo in cui c'è la totale adesione al modello e al metodo scientifico, quando bisogna spingersi fino alla questione ultima, assolutamente ineliminabile: la «superabilità» della morte. Oltrepassamento che nella creazione letteraria avviene grazie all'assemblaggio di pezzi perché l'uomo è considerato una macchina e alla ricomposizione di queste varie componenti per ottenere un «essere» che non muoia mai. Nel mostruoso Frankenstein, più di tutti gli aspetti accattivanti spesso largamente esibiti dalle riproposizioni cinematografiche per il sovraccarico di spettacolarizzazione gotica, è essenziale il tema della morte, fino ad allora oggettivamente impraticabile dalla scienza sperimentale. Se Frankenstein or the modern Prometetheus di Mary Shelley (1818) descrive la fede nella scienza e nella infinita perfettibilità dell'uomo, che può sfociare in potenza incontrollabile, nella versione di Percy Shelley è invece già fiducia tout court; fino a quando, in tempi più vicini a noi, si incomincerà a pensare che la tecnica sia scappata di mano (e le figure del Frankenstein e del Golem escono dai topoi della letteratura per diventare incubi contemporanei). Il corpo è infatti una dimensione aperta alla mutevolezza che tende ad allontanarsi dalla sua natura biologica per diventare altro e vedere alterato il suo essere naturale. Di tutto questo «per ora, possediamo solo un debole indizio, e i cui esiti non sono affatto scontati»; tuttavia, nell'epurare ogni pur minimo accenno alla sua antica animalità, è sempre evidente il tentativo dell'uomo di dominare qualunque meccanismo biologico.

E dunque non sorprenda che nella narrazione contemporanea appaia un senso di piena decostruzione dove il trascendente, dopo la morte di Dio, si palesi sul piano della potenza tecnica. Di conseguenza, attraversare questa ultima fase appare come vocazione a una libertà onnipotente, grazie alla quale si è finalmente capaci di possedere le chiavi più nascoste dei processi naturali fin tanto da mutare l'«essenza» stessa del corpo, dove l'uomo non è neanche un essere, ma un divenire in perpetuo movimento che può diventare tutto, ricrearsi a suo piacimento. Ciò ha delle conseguenze inemendabili. Vivere in una tale dimensione privata di senso ci proietta meschinamente alla continua ricerca di scopi immediati e beni materiali, e amplia oltre ogni limite le possibilità di mutazione e di perfezione del corpo. Nel nostro modo di pensare il mondo, pure un tema come l'ibridazione non appare più un fatto nuovo nel momento in cui ancora una volta si congiunge il materiale immaginativo della letteratura con la sintassi del mondo empirico. Nel suo Crash, romanzo del 1973 e dai più definito il punto di partenza per la letteratura post-moderna, J. G. Ballard esalta aspetti disumanizzanti e visionari che sono esemplificativi di un rapporto deteriore tra tecnica e umano, in cui si riduce la vita naturale a spazio inospitale; il corpo è percepito come «sovrastruttura», luogo delle contraddizioni che possono essere vinte oltrepassando il dispositivo della carnalità, la quale trae coerenza solo nell'ibridazione con la macchina, da un certo punto in poi metamorfosi non solo possibile ma necessaria.