La lezione di Barthes. Maestro di critica ma con malinconia

Lo studioso nato cento anni fa

È uscito da pochissimo, in Francia, un libro splendido. Benché di natura (auto)biografica, benché generato dall'occasione di un centenario e benché l'autore non appartenga alla schiera dei cosiddetti scrittori creativi, si tratta a mio avviso di una vera opera d'arte, di un piccolo capolavoro di scrittura e di un autentico paradigma sul modo in cui un discepolo dovrebbe parlare del proprio maestro. Il tema mi tocca molto da vicino, perché l'autore del libro, Antoine Compagnon (da me già amato per diverse altre sue pubblicazioni, purtroppo poco tradotte in italiano - due soli titoli, se non sbaglio), affronta in questo breve volume, L'âge des lettres (Gallimard, pagg. 167, euro 15) il rapporto fondamentale della sua formazione intellettuale, quello con il suo maestro, Roland Barthes, il più grande critico di tutti i tempi, morto 35 anni fa, e di cui ricorre quest'anno il centenario della nascita. Anche per il sottoscritto si tratta di fare i conti quotidianamente con la presenza, non sempre lieve e non sempre benefica, di un maestro, morto ventidue anni fa, Giovanni Testori, che con Barthes ebbe qualche punto in comune: l'omosessualità, un particolare rapporto con la madre, la morte delle due nello stesso anno (il 1977), una sorta di svolta spirituale, seguita alla grave perdita, per l'uno come per l'altro.La forza di un'eredità spirituale nelle età successive dipende in gran parte dall'intensità esistenziale del messaggio che il maestro portava nella propria vita. È questa forza, prima delle singole argomentazioni, a rendermi sempre più persuaso che Roland Barthes sia stato (se il termine non fosse in questo caso assai riduttivo) il più grande critico letterario e semiologo di tutti i tempi. Perfino nelle opere d'aspetto più scientifico, dal tono più distaccato, Barthes non poteva nascondere un'implicazione strettamente personale nel suo rapporto con i segni - e poco importa si trattasse di un'automobile, di una bistecca o di un racconto di Balzac. Qu'est-ce que ça signifie?, di cosa è segno questa cosa? Era la sua domanda ossessiva, che faceva del suo apparato scientifico un apparato fragile, mortale, ma era proprio questa fragilità a trasformare i suoi libri in capolavori irripetibili, fino al grande capolavoro finale, La camera chiara, che è (e su questo Compagnon è d'accordo con me) lo splendido romanzo che Barthes non seppe mai di avere scritto. Ma anche L'âge des lettres è - io credo - un inconsapevole capolavoro. Troppo occasionale, troppo centenaristico. Eppure, riga dopo riga, ho capito perché anch'io, spesso presentato con l'erede, il discepolo prediletto di Giovanni Testori (tutte cose non del tutto vere) faccia tanta fatica a raccogliere in un libretto il mio rapporto con lui. Lo stesso vale per Franco Branciaroli, il grande attore che di Testori fu intimo e che, dopo la sua morte (1993), si è sempre rifiutato di rimetterlo in scena, lasciando ad altri artisti il compito di sviluppare una nuova poetica, quella del «Testori-dopo-Testori».C'è chi lamenta, in Francia, l'affermarsi nelle università di uno strutturalismo di dozzina, come denunciò diversi anni fa anche Tzvetan Todorov, ma la responsabilità di questo non può essere attribuita a Foucault o a Barthes (forse un po' di più proprio a Todorov, se vogliamo). Barthes fu un maestro anomalo come anomala, non-raggruppabile in un genere, né in una scuola, fu la sua opera.

Con grande lucidità, Compagnon osserva, fin dal tempo delle prime frequentazioni ai due seminari, sotto la genialità comunicativa del grande scrittore, una malinconia che lo gettava nuovamente nella solitudine. Tutta l'opera di Barthes reca questo segno, ed è lungo la traccia lasciata da questo segno che il libro si muove. Fin da principio, quando un amico telefona ad Antoine chiedendogli di poter vedere le lettere che Roland gli scrisse e che lui non può avere gettato via. Come se noi stessi non fossimo gettati, in qualche modo. Antoine scopre di non sapere dove sono: non ha trascorso trentacinque anni nella venerazione del Maestro, però sa che quelle lettere esistono, e alla fine le trova come si trova il volto di un amico frequentato in un'altra età.Il libro si compone di tanti piccoli eventi di un rapporto che fu normale, non fatto di grandi parole o di grandi agnizioni. Tra maestro e allievo si parla di letteratura, si mangia, si fa un viaggio, si chiacchiera di cinema o di sport, si fa sesso, si dice e si fa una marea di sciocchezze. Difficile, impossibile teorizzare: tutto accade. O, meglio: accade se i maestri ci sono, se il mondo è sufficientemente attento da riconoscerli. Il problema è la disattenzione, la confusione. In una pagina delicata, Compagnon torna dopo la morte di Barthes in un luogo dove il maestro l'aveva inviato, ancora giovanissimo, a dirigere un convegno al quale lui non poteva presenziare. Il risultato era stato pessimo, e il discepolo ne conserva un cattivo ricordo e anche un po' di rancore. Ma poi va a cercare un caffè dove lui, mattiniero, si recava prima dell'inizio dei lavori, e scopre che al suo posto c'è un ipermercato. Grande saggista, Compagnon si rivela, in queste pieghe del suo dire, attento e delicato narratore. Parlare dei propri maestri è sempre difficile, ci vogliono anni di lavoro, di maturazione, anni di vita «in proprio».Anch'io, a dispetto delle tante occasioni avute, fatico a parlare della mia amicizia con il solo, vero maestro della mia vita, Giovanni Testori. E sono grato a Compagnon perché mi ha offerto la via giusta. Provate, voi, a parlare di chi vi è stato maestro - magari della vostra maestra elementare - con l'equilibrio e la maturità richiesti, senza cedere alla tentazione di tornare bambini o di mettersi a fare i critici del tempo che fu. Dura lezione, ma così necessaria. Che ne sarà di un mondo senza maestri? Dovremo accontentarci di una buona organizzazione? Di una formula vincente? Di «fare rete»? Non scherziamo, almeno su questo.