La lezione di Florenskij: unire logica e teologia

Luigi Iannone

Parrebbe non avere nessuna connessione col tempo presente La filosofia del culto di Pavel A. Florenskij, ora proposta in versione integrale dalle Edizioni San Paolo (pagg. 600, euro 40). Consacrato sacerdote nel 1911 nella Chiesa ortodossa, accusato di attività controrivoluzionaria nel febbraio del 1933, Florenskij fu condannato a dieci anni di Gulag dal regime sovietico e poi fucilato nel 1937.

Nonostante queste penose vicende corroborate da censure anche postume, è stato il nostro Paese a rivolgere speciali attenzioni al suo pensiero. Nata da un ciclo di lezioni pubbliche tenute nell'estate del 1918 ma pubblicata a Mosca solo nel 2004, La filosofia del culto consta di nove capitoli ognuno dei quali ha una autonoma circolarità e compiutezza. Lezioni pubbliche che tentano di «portare la psiche dell'ascoltatore a uno stato di fermento».

Opera preziosa che dedica accurate riflessioni alla liturgia e al culto cristiano, ma va poi ben oltre evidenziando come scrive nella introduzione Natalino Valentini, la straordinaria profondità teoretica e spirituale di Florenskij. Perché, lo si voglia o no, i simboli della liturgia e del culto non sono altro che la sintesi del congiungimento possibile tra Dio e il cosmo. Simboli che sono forma viva della nostra esistenza e che dobbiamo cogliere con prontezza. Di queste continui nessi parla lui stesso quando ci ricorda che la vita sociale è inoppugnabilmente scandita dal ritmo delle feste (Natale e Pasqua su tutte) o dal contare gli anni a partire dalla nascita di Gesù o dal fatto di regolare le società intorno a giorni e stagioni. E perciò se a questi elementi fin troppo concreti «togliete tutto il loro contenuto religioso, vedrete che non rimarrà nulla di cui avere coscienza».

È dunque un volume che connette logica e teologia riuscendo a rintracciare nessi con tutta la storia della filosofia, da quella alessandrina e neopitagorica fino a Kant e al pensiero contemporaneo. Attraverso sapienti relazioni Florenskij si avventura in percorsi analitici che ci invitano all'operazione più complicata tra tutte; vale a dire, scorgere l'eterno nel reale perché «le radici del visibile sono nell'invisibile, i fini dell'intelligibile nell'inintelligibile. E il culto è il punto fermo dell'universo per il quale e sul quale l'universo esiste».