L'Hesse di campagna e l'Hesse di città, la favola dello scrittore viandante

Dalla pace di Montagnola al traffico, al telefono nemico e all'hotel freddo

Nelle prime pagine di questo libriccino - che davvero potrebbe esser scritto a mano, da tanto trasuda immanenza - è lo stesso Hermann Hesse che ci spiega come la prodiga e stupefacente eterogeneità dei suoi appunti dal titolo Viaggio a Norimberga (Adelphi, pagg. 110, euro 12, trad. di Margherita Belardetti) sia venuta da sé, cammin facendo: «E se oggi mi chiedo quale fu il vero motivo che mi portò in autunno dal Canton Ticino a Norimberga - un viaggio durato due mesi -, mi coglie l'imbarazzo, e quanto più analizzo motivi e impulsi, tanto più questi si ramificano, si scindono, si dividono, e risalgono fino ad anni lontani, ma non come una serie lineare di causalità, bensì al modo di una rete a molte maglie, cosicché alla fine questo viaggio, in sé insignificante e fortuito, pare essere stato determinato da innumerevoli frammenti della mia vita precedente».

Ci sono - in questo piccolo tour mitteleuropeo che Hesse accettò di compiere nel 1925 per tenere un ciclo di pubbliche letture in Germania - tutti i temi per cui Hesse, e il suo Siddharta (pubblicato tre anni prima) ovviamente, sono divenuti la consolazione e insieme la coperta di Linus di tanti viaggiatori, del corpo e dello spirito: fascino, mistero, ricordi e malie si mescolano, lungo la strada, a reminiscenze private, illuminanti. E fin qui tutto bene. Ma più spesso - e a differenza che in altri scritti, più sontuosi e famosi - in questo memoir vien fuori lo scrittore eremitico e insofferente che, interrotta la solitudine praticata nel suo ritiro svizzero di Montagnola, si avvilisce suo malgrado davanti a un mondo nuovo che fatica a riconoscere e ad apprezzare: «Il telefono in camera era l'unica cosa che mi disturbasse: sono apparecchi pericolosi. Ad ogni modo, alla mala parata potevo staccarlo, o fracassarlo».

O ancora, al suo arrivo a Norimberga, che pure trova incantevole: «Tutto era assai bello, ma stretto d'assedio dai fabbricati di una grande città commerciale, fredda, squallida, assordata dallo scoppiettio dei motori, avvolta nelle spire delle automobili, tutto tremava leggermente al ritmo di un tempo diverso... tutto sembrava sul punto di rovinare l'attimo seguente, giacché non aveva più uno scopo, un'anima». La modernità lo soffoca e pensare che in quell'anno, lo stesso in cui pubblicò La cura, non aveva nemmeno raggiunto il mezzo secolo di vita: «Vedevo tutto avvolto dai gas di scarico di quelle maledette macchine, tutto minato alla base, tutto vibrante di una vita che non riesco a sentire umana, ma solo diabolica, tutto in procinto di morire, in procinto di diventare polvere, bramoso di crollo e disfacimento per il troppo disgusto del mondo».

A mitigare tuttavia quel senso di oppressione, che sfociò poi nella crisi narrata ne Il lupo della steppa due anni dopo, o forse semplicemente a temperare il sentore di un Novecento in procinto di esplodere, un'ironia tutta teutonica - teutonica del Sud, umanissima, pragmatica - che lo porta a descrivere i guai quotidiani del viaggiatore in modo così moderno e brillante da farcelo vicino e pari: il riscaldamento dell'hotel non funziona, il telefono squilla proprio appena preso il giusto sonno, un liceale tra il pubblico ad una sua conferenza gli chiede di scrivere in greco: «Da più di vent'anni non vergavo caratteri greci; sa Dio com'è venuta quella scritta!». E si sorride, quando non si ride addirittura, insieme a Hesse, di noi: di come siamo oggi, di come forse Hesse aveva già compreso che saremmo diventati.