L'identikit della nuova Milano impazzita

Un'atmosfera d'altri tempi, un killer di oggi, una metropoli del futuro. E una storia noir...

Sarebbe piaciuto molto a Fernando Di Leo e a Giorgio Scerbanenco Il sapore del sangue (Guanda) di Gianni Biondillo che si apre con un incipit che strizza l'occhio a un classico, tanto amato anche da Quentin Tarantino come Milano Calibro 9. Al posto dell'inossidabile Ugo Piazza, nel film interpretato da Gastone Moschin, troviamo il delinquente Sasà che dopo cinque anni esce dal carcere di San Vittore in un giorno in cui la città di Milano sembra coperta di grigio. Un colore plumbeo che ricopre questo noir che ripercorre fin da ragazzo le vicende di ragazzo cresciuto per strada e che è diventato nel tempo spacciatore, killer della 'ndrangheta. Un individuo pericoloso che vorrebbe rifarsi per sempre una vita e sulle cui tracce si metterà l'ispettore Ferraro. Ma Sasà è davvero così terribile e così feroce? O sono state le circostanze della vita a renderlo l'animale braccato che Biondillo racconta in questa storia fatta di ombre e periferie e nella quale l'autore si continua a chiedere «È dunque questo il conto da pagare? È questa la spettanza di una vita? È questo il prezzo del sangue?».

Sì, perché anche dietro ai peggiori criminali - così come dietro ai migliori dei poliziotti - c'è sempre una storia di disperazioni e lacerazioni che li ha condotti a comportarsi in un certo modo. Ma possono le circostanze giustificare i gesti di un uomo? Una zona di Milano come Quarto Oggiaro diventa per Biondillo lo specchio dell'evoluzione o dell'involuzione di una città in continuo cambiamento. Un luogo di scontro e frattura. E se Sasà non riconosce più i suoi luoghi e punti di riferimento dopo i cambi avvenuti per l'Expo, anche l'ispettore Ferraro si sente sbalestrato da ciò che lo circonda. Lui che fa il poliziotto è spettatore cosciente di fatti che lo costringono a interrogarsi sul senso della giustizia e della vita. Lui che ha smesso di guardare i commenti agli articoli suoi quotidiani online per una forma di igiene mentale: «Non ce la faceva più a leggere sul divano di casa quel ciarpame da leoni da tastiera per poi sentirlo identicamente rabbioso, dal vivo, ad ogni denuncia in commissariato. Era come se si fosse rotta ogni diga. Non c'è più differenza fra il virtuale il reale. Nessun pudore, nessuna remora, nessun codice civile di convivenza».