Ligabue tra palco e realtà festeggia i suoi sogni rock

L'artista presenta in anteprima lo show di Campovolo del 19 settembre. Eseguirà "Buon compleanno Elvis" e i suoi classici con tre band diverse

Prima il Boulevard dei Sogni di rock'n'roll, con gli schermi luminosi uno dopo l'altro con le copertine dei suoi dischi. Poi proprio lui, chitarra e voce, solo soletto sul palco piazzato proprio dove il 19 settembre andrà in scena la sua terza grande festa. Campovolo. L'altra sera tre canzoni a bruciapelo ( Sogni di r'n'r , Certe notti , C'è sempre una canzone ). Ma a settembre sarà probabilmente il concerto più lungo della vita di Ligabue e non solo perché festeggia 25 anni di carriera e 20 da Buon compleanno Elvis che, per capirsi, è il disco con il superclassico Certe notti . «Abbiamo deciso di suonare integralmente tutto il mio album d'esordio che tra l'altro è uscito proprio il 7 maggio e lo farò con i musicisti di quel tempo, i ClanDestino. E poi anche tutto Buon compleanno Elvis con La Banda e infine una selezione della scaletta dall'ultimo Giro del mondo con Il Gruppo che ora mi accompagna sul palco». Giusto che ci siamo, chiunque comprerà il biglietto già in vendita riceverà lo Special box Campovolo 2015 con dvd, memorabilia, booklet eccetera. «D'altronde ogni canzone che ho pubblicato nella mia vita è figlia di Sogni di r'n'r , tutto è nato lì» spiega lui dopo averla cantata, emozionato per davvero e difatti più avanti qualche accordo sarà meno fluido del solito.

Insomma, in medio stat Ligabue. E non solo perché lui canta quella «vita da mediano» o perché non dice quasi mai «io» e preferisce quel «noi» che è un passepartout nell'epoca della condivisione (e in quel «noi» una bella parte è occupata dal manager Claudio Maioli). In questi 25 anni talvolta forse sovraesposti e bulimici, Luciano Ligabue ha recuperato tutto il tempo atteso prima di diventare famoso a trent'anni. «Sono cambiato tanto io e dopo il primo disco ho avuto meno pudore a parlare in prima persona», spiega dopo aver fatto per la prima volta la premessa che forse sognava da almeno un decennio: «Non vi parlerò di politica né di calcio». Insomma, da quando ha iniziato a farsi conoscere anche fuori Correggio grazie a Balliamo sul mondo , ha mantenuto la rotta, è cresciuto molto all'inizio e poi inevitabilmente meno e, come spiega senza alcun problema, «i miei scivoloni li hanno visti tutti e me li sono meritati. Dopo il terzo album a qualcuno la mia carriera sembrava finita e durante Miss Mondo avevo una grande crisi di identità. E quando caschi per terra, devi passare da solo il tempo giusto per poi rialzarti».

Insomma buon senso, che lui adesso distilla sotto un bel ciuffo di capelli grigi che senz'altro è molto più convincente del nero ostinato ed esibito fino a un paio d'anni fa. Ora poi, che è tornato da un giro del mondo musicale, nel quale dal Brasile al Giappone ha suonato anche in piccoli club da 500 persone «provando le sensazioni che provavo tanti anni fa», Ligabue se la gode e si concentra su Campovolo. La prima volta, nel 2005 c'erano 165mila persone, evento complicatissimo da gestire. Nel secondo 120mila. Stavolta chissà ma tra di loro non ci saranno altri ospiti famosi. Il Bar Mario di Ligabue, piaccia o non piaccia ha un codice d'accesso e un vocabolario così identificabile che difficilmente può essere tradotto e utilizzato da altri. «Ho sempre la speranza che ogni volta rinasca un nuovo Ligabue» dice sorridendo prima di aggiungere che «scrivo ogni volta che ho l'urgenza di dire qualcosa». Urgenza. La vive e la dissimula molto bene, lui sempre così placido all'apparenza. E dribbla bene anche l'immancabile domanda sui talent: «Quando ho iniziato io non c'erano anche se, quando mi rivedo come ero allora, quasi mi faccio tenerezza e credo che forse a un talent non mi avrebbero preso». Adesso che è uno dei best seller in Italia, (anche Giro del mondo è stato settimane in testa alla classifica) può permettersi di dire che, sì, la sua musica è «mainstream», ossia è al centro dell'attenzione, ma «tutto il resto che faccio no». Libri. Film. Già i film. «Fare il regista significa rinunciare due anni alla musica, troppi». Tanto più oggi che «ci si alimenta su Spotify senza approfondire». In fondo lui è figlio di un'epoca più lenta e forse riflessiva nella quale ha imparato che, dopo venticinque anni di carriera, quando salirà sul palco del suo terzo Campovolo davanti a centomila e chissà, proverà una sensazione sola: «Gratitudine».