Lino Ventura (anti)divo italiano da riscoprire

Francesco Mattana

La storia di Lino Ventura (1919-1987) è davvero particolare. È la storia di un attore che, nato a Parma e trasferitosi Oltralpe a sette anni, ha conquistato il cuore dei francesi al punto tale che da un sondaggio risultava essere l'attore più amato in Francia, sbaragliando i Delon e i Belmondo. In prossimità del centenario della nascita, lo storico e saggista Roberto Coaloa gli ha dedicato il libro Ascesa e caduta di una stella. La vita e i film di Lino Ventura (La Lepre Edizioni), riportando al centro dell'attenzione un artista che dovrebbe essere motivo d'orgoglio anche per l'Italia, e che invece per molti nostri connazionali è un carneade.

Se il suo ingresso al cinema avvenne per caso, non fu casuale la determinazione con cui riscattò un'infanzia povera. Dopo mille peripezie, la fortuna gli arrise prima con lo sport, distinguendosi nella lotta greco-romana, poi col cinematografo, esordendo al fianco di Jean Gabin. Da caratterista divenne protagonista, nei noir come Asfalto che scotta e nelle commedie tipo Il rompiballe, per approdare ai film d'impegno civile, con Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi e l'interpretazione del generale Dalla Chiesa in Cento giorni a Palermo.

Nel privato, Ventura amava la convivialità ma senza eccessi, tant'è che rimase basito quando vide Robert Mitchum mischiare, con totale aplomb, quantità inverosimili di vodka, birra e vino nell'arco di uno stesso pranzo. La coerenza fu il suo marchio di fabbrica, tanto da rifiutare l'offerta di Spielberg, che lo voleva in Incontri ravvicinati del terzo tipo, semplicemente perché non credeva all'esistenza degli alieni. Col passare del tempo, quella coerenza diventò rigore maniacale nella scelta dei copioni, e la quantità di rifiuti che subirono coloro i quali si presentavano nel suo studio li spinse a ribattezzare quel luogo «la stanza delle torture».

Il rovescio della medaglia di tanta durezza era la generosità coi colleghi, a cominciare da Gabin che considerava alla stregua di un padre e Jacques Brel che sentiva come un fratello. Poi la capacità di reagire ai drammi della vita, primo fra tutti l'aver concepito una figlia portatrice di handicap, circostanza che lo indusse a creare l'associazione Perce-Neige, con lo scopo di aiutare i diversamente abili a rendersi il più autonomi possibile.

Il bambino cresciuto all'école de la rue era divenuto un adulto di grande spessore. Gli italiani, dimentichi delle sue qualità, grazie a questo libro hanno l'opportunità di rimediare.