"L'intelligenza non basta Sono le emozioni i veri motori della cultura"

Il neuroscienziato autore di «Lo strano ordine delle cose»: «I sentimenti sono arbitri delle scelte»

Eleonora Barbieri

nostro inviato a Lignano Sabbiadoro (Udine)

Antonio Damasio è uno dei più grandi neuroscienziati contemporanei. Nato a Lisbona, insegna alla University of Southern California ed è diventato famoso, ventiquattro anni fa, per il saggio L'errore di Cartesio. Oggi torna a raccontare il cervello, gli esseri umani, la storia dell'evoluzione e soprattutto della cultura a modo suo, secondo quello che è Lo strano ordine delle cose. Così si intitola il suo nuovo libro, appena pubblicato da Adelphi, che lo studioso presenta oggi a Lignano Sabbiadoro, in occasione del Premio Hemingway che riceve questa sera (ore 18, CinemaCity). Ne parlerà anche domani a Milano, nell'ambito della Milanesiana, con Carlo Rovelli (Piccolo Teatro Grassi, ore 21).

Professor Damasio, che cosa ha di «strano» la sua spiegazione dell'evoluzione della cultura?

«Ci sono due aspetti molto diversi dalla tradizione, che rendono questa prospettiva rivoluzionaria, anche se non amo usare questa parola. Innanzitutto faccio cominciare l'avventura della cultura molto prima, con creature non umane, molto più semplici di noi, perfino senza sistema nervoso».

I batteri, e poi insetti come formiche, api...

«Di solito si pensa che la cultura - l'arte, la scienza, la politica, la religione, la tecnologia, i sistemi morali, l'economia - derivi dai risultati spettacolari raggiunti dalla nostra intelligenza, e che prima non sia esistito niente. E che abbia fatto tutto l'intelligenza, da sola».

Non è così?

«No. E questo è il secondo aspetto rivoluzionario. In questo libro faccio emergere l'importanza della vita e dei sentimenti nel creare la cultura. L'intelligenza è stata necessaria, ma non sarebbe mai stata sufficiente senza la motivazione ad agire. E la motivazione è data dalle emozioni, positive o negative che siano: rabbia, paura, dolore, piacere, amore...».

Motivazione in che termini?

«I sentimenti sono gli arbitri delle scelte, anche di quelle culturali. Per esempio, quando i primi uomini provavano dolore e andavano dal dottore dell'epoca, come sapevano che una cura funzionava? Perché il sentimento di dolore si trasformava in benessere. Il sentimento ci dà tantissime informazioni: senza, non avremmo né conoscenze, né cultura».

Come avviene lo stimolo?

«Le emozioni sono l'equivalente mentale dell'omeostasi. Per capire che cosa sia, bisogna considerare innanzitutto che la vita è pericolosa. La vita, diciamo, è innaturale: è come il lavoro di un giocoliere, basta un errorino e crolla tutto».

L'omeostasi che cosa fa?

«È un sistema di regolazione, fa sì che la vita sia mantenuta. I batteri non hanno sistema nervoso, ma hanno l'omeostasi. Se poi hai anche un sistema nervoso e una mente, allora il corrispondente dell'omeostasi sono i sentimenti: ci dicono se l'omeostasi è regolata bene o male».

Quando ha iniziato a interessarsi ai sentimenti?

«Alla fine degli anni '80. E ho capito che erano ben poco compresi dalla scienza».

Come mai sono così trascurati?

«Per via del grande successo della fisica, della matematica, dell'informatica diamo ormai valore solo a ciò che è collegato a procedimenti razionali. Dopo la seconda guerra mondiale e le scoperte di Turing, uno dei mentori delle neuroscienze è stato, per tutti noi, Warren McCulloch».

Che cosa ha fatto?

«Ha stabilito il ponte fra linguaggio dei computer e sistema nervoso. Da allora, il cervello è studiato e inteso come un computer, e tutto quello che ha a che fare con i sentimenti è stato messo da parte. Ma oggi le cose stanno cambiando: mi aspettavo che il libro venisse attaccato, e invece no...».

In questa sua visione, il cervello è meno importante?

«Non è che non sia importante, è che il corpo è molto importante. E cervello e corpo cooperano completamente. Emozioni come il piacere e il dolore riflettono la nostra vita».

Perché dice che il sistema nervoso è al servizio del corpo e non viceversa?

«Il sistema nervoso è nato per coordinare le diverse parti dell'organismo, il quale, così, è potuto diventare sempre più complesso. Poi, con l'evoluzione, ci siamo sviluppati fino ad avere sentimenti, rappresentazioni mentali e, da lì, si è spalancato un mondo tutto nuovo: quello della mente e, alla fine, dell'intelletto».

È stato uno sviluppo ulteriore, diciamo.

«Il sistema nervoso non è nato per farci parlare, dipingere, scrivere poesie, fare filosofia. È sorto per aiutare la vita nel suo mestiere... E così anche la cultura ha la stessa ragione: aiutarci a rimanere vivi».

E come?

«Beh, i Dieci comandamenti che cosa sono, se non un modo inventato per rendere la vita migliore, nell'ambito della società?».

Così ricompone l'errore di Cartesio, e riavvicina le idee e il mondo?

«Certo. Il motivo per cui esistono i sentimenti è positivo. Anche se si tratta di sentimenti negativi, come l'aggressività, la rabbia o la paura: nella giungla erano utili».

Qualcuno la accusa di riduzionismo.

«Non riduco l'umanità ai batteri, non riduco niente. Anzi, elevo i batteri fino al livello dell'umanità, per mostrare che siamo fatti di componenti semplici e intelligenti insieme».

A un certo punto spiega che l'intestino, o meglio il sistema nervoso enterico, è considerato un secondo cervello, che influenza il nostro benessere e il nostro umore. Che significa?

«In realtà dovrebbe essere chiamato il primo cervello. È stato proprio lo sviluppo del sistema digestivo a fare sviluppare il sistema nervoso. Ottenere risorse energetiche era fondamentale per la vita: è un altro aspetto inatteso dello strano ordine delle cose...».

Perché è contro la visione algoritmica del cervello?

«Non sono d'accordo con l'idea che il cervello possa essere ridotto solo alla sua parte razionale. Se gli sviluppi dell'intelligenza artificiale puntano solo sugli aspetti cognitivi, il risultato saranno strumenti e creature estremamente intelligenti, ma che non avranno i sentimenti che impediranno loro di compiere errori, o provare pietà, giustizia, o rispettare i valori morali, che si basano su emozioni come il dolore e la sofferenza».

È vero che il più grande neuroscienziato è Shakespeare?

«Assolutamente. Shakespeare è riuscito a guardare dentro la mente, a livello di intelligenza e di sentimenti, e ad analizzare il comportamento umano in profondità. Shakespeare fa grandi osservazioni sui meccanismi del cervello».

Per esempio?

«Sapeva che il corpo era cruciale. Notava le interazioni fra mente e corpo. Amleto dice: La coscienza ci rende tutti codardi. Aveva individuato la relazione fra la coscienza, la paura e i valori morali. Credo che, come tutti i grandi scrittori, poeti e filosofi, sia passato attraverso molte sofferenze, e molta gioia».