«Locke», ecco un uomo vero e un'opera che sorprende

Con un solo attore e girato tutto in un'auto, racconta di un padre modello che decide di non abbandonare un figlio nato da una relazione fugace

Venezia - «Due ore fa quando sono salito su questa macchina avevo un lavoro, una moglie e una casa. Ora non ho più nulla». Tutto in una notte: per il giovane direttore generale di una multinazionale di costruzioni, felicemente sposato e padre di due figli, è arrivata la resa dei conti. Tra poche ore sarà gettata nel suo cantiere alla periferia di Londra la più grossa colata di calcestruzzo d'Europa per far sorgere un vertiginoso grattacielo. Lui è indispensabile, come sa e come gli fanno disperatamente capire i suoi colleghi. Ma in quelle stesse ore, una donna partorirà un figlio frutto della relazione di una sola notte. Lui potrebbe dileguarsi come fece suo padre quando lui era bambino. Potrebbe continuare la sua routine, difendendo gli equilibri di una vita onesta e agiata. Invece, quest'uomo barbuto vestito di un pesante maglione marrone, decide diversamente.
Succedono un sacco di cose negli 85 minuti di Locke, il film diretto da Stephen Knight e interpretato da un solo attore sempre in primo piano, il bravissimo Tom Hardy che qui s'immedesima in un ruolo assai diverso dai suoi precedenti (Tommy Conlon in Warriors, Bane in Il Cavaliere oscuro - Il ritorno). Accolto da uno scrosciante applauso alla visione per la stampa, l'opera di Knight che pure non mancherà di dividere, è certamente la rivelazione di questa 70esima Mostra. Parlando con Il Giornale lo stesso Barbera ne aveva parlato come di un film sorprendente. Vien da chiedersi perciò, come ha fatto lo stesso Hardy in conferenza stampa, che cosa ne abbia impedito l'inserimento nel concorso. Polemicamente si potrebbe dire che nel concorso sono ospitati preferibilmente uomini negativi, mentre qui ci troviamo di fronte a un eroe quotidiano. Provocazioni a parte, sembra difficile immaginare che una pellicola girata tutta con un solo attore alla guida di un'auto possa raggiungere una tensione come quella trasmessa da questo film. Ma così è.
Nella vita di Ivan Locke gli eventi sono precipitati, sua moglie non sa nulla di quella relazione, e lui deve tentare di mettere a posto le cose facendo scelte dolorose. Assistiamo così al viaggio in autostrada del protagonista e al susseguirsi delle sue drammatiche telefonate alla moglie, ai colleghi, alla donna che è distesa in sala parto, al figlio che lo aspetta a casa per vedere, insieme come sempre, la partita di calcio davanti a un piatto di salsicce. Ma sono gli sfoghi rabbiosi che, tra una telefonata e l'altra, rivolge contro la figura del padre che l'ha mollato da piccolo a spiegare le ragioni delle sue scelte tanto solide: «Vorrei venire a prenderti nella tomba e toglierti i vermi dagli occhi per mostrarti che cosa farò», ora che sta per nascere un bambino che viene «da una notte con due bottiglie di vino e dal senso di solitudine di una persona. C'è qualcosa di più solido di questo?», si chiede Locke, da solo in auto.
«Ho voluto raccontare un uomo della strada, un uomo qualsiasi dentro una tragedia qualsiasi», ha sottolineato Knight anche sceneggiatore del film. «La sfida da vincere è sempre nel quotidiano anche se fatto di una materia anonima e piatta come il calcestruzzo. Così ho scelto di riversare in uno spazio piccolissimo e in una situazione noiosa come un'autostrada un'emozione enorme. A differenza di una madre, un papà ha due possibilità. Può andarsene, come hanno fatto il padre o il nonno del protagonista. Oppure può restare e accettare quel figlio...».