L'OPINIONE

Ce ne faremo una ragione, anche se speriamo in fondo al cuore che sia solo una bufala ad usum giornali. A Castelbosco, nel piacentino, sta per sorgere (testuale) il Museo della Merda, per iniziativa di Gianantonio Locatelli, proprietario di un'azienda che ospita 2500 bovini destinati alla produzione di latte per il Grana Padano. L'intento è nobilitare la cacca, non solo raccontandone il ciclo ecologico ad essa collegato, ma collezionando i reperti, i manufatti, le opere che ne evidenzino i lati estetici e scientifici. La cosa non sorprende poi tanto. L'arte contemporanea ha un versante scatologico denso e fitto di «sgunz» da indagare a naso tappato: Manzoni e la celeberrima «merda d'artista»; Wim Delvoye e la «cloaca maxima», macchina per produrre stronzi la cui versione mini è oggi esposta in bellavista alla Triennale di Milano; la teoria di foto di deiezioni animali di Andres Serrano dal titolo Shit ; la recente mostra a Torino di Cattelan Shit and Die il cui marchio è stato ripreso dal famoso slogan al neon di Bruce Nauman. I motivi di tanta festante coprofilia sono oscuri e riguardano, crediamo, uno svilimento nichilista dei valori etici ed estetici, una dimenticanza della Bellezza come principio ordinatore. L'idea che per non essere kitsch bisogna esaltare l'insensato fino al limite della provocazione corporea da un secolo fa proseliti a schiere e produce sterco a non finire. Un tempo manutenere i propri escrementi era una perversione condannata, oggi un modo per emergere. La nostra civiltà tra le tante stravaganze per la quale verrà ricordata dovrà annoverare anche questa passione olezzante. Il Rinascimento ci ha lasciato la Cappella Sistina, noi lasceremo in eredità ai posteri il museo della merda.