La lotta senza senso per diventare "Capitali della Cultura"

Iscritte 21 località, dieci in finale. Ma è una sfida aleatoria da cui tenersi lontani

Un gruppo di poveretti nominati dal ministero dei Beni culturali, con criteri indecifrabili, naturalmente considerati «esperti di chiara fama», fra i quali si distingue un prediletto di Dario Franceschini che si chiama come un luogo, Baia Curioni, ha agito con il bisturi per scegliere su 21 candidate le 10 finaliste per la prossima capitale italiana della Cultura 2018. Si tratta di un meccanismo perverso, nato come premio di consolazione, per le bellissime città italiane che sono state sconfitte come capitali europee della cultura da Matera. A partire da Ravenna, la prima esclusa, nominata per diritto divino Capitale italiana 2015.

Poi, per il 2016, con il contributo di... «esperti di chiara fama», Mantova (che si celebra quest'anno con l'inverosimile costruzione, nella mirabile Piazza Sordello, di un'immonda scatola per contenere il mosaico romano); poi, per il 2017, Pistoia, bella città, certo (e che ha scelto il più brutto logo del mondo per farsi riconoscere); ma questo ha stimolato ogni borgo a ritenersi dotato dei requisiti per essere capitale. La soluzione sarebbe potuta ragionevolmente essere, almeno per i prossimi dieci anni, una lista di capitali naturali, da Urbino a Ferrara a Napoli a Torino a Firenze a Milano, stimolate dalla nomina a potenziare la loro proposta naturale. Troppo semplice.

Ecco allora arrembare, come pezzenti, per il premio promesso di un milione di euro, città notevoli e città minime con fantasmagorici progetti, da sottoporre alla commissione di «esperti di chiara fama». Io ho imposto a Urbino di non partecipare, ma sarebbe difficile immaginare che una delle più belle città del mondo possa essere esclusa, come è già avvenuto per Capitale europea 2019, se nel progetto, determinante per la scelta, si fosse programmata una grande mostra di Raffaello per il 2020, quinto centenario della morte del pittore, con la promessa di fare arrivare tutti i suoi capolavori da ogni parte del mondo.

Ogni città, non bastando se stessa, allega un progetto pieno di proposte irrealizzabili ma apparentemente credibili, per rendersi più attraente.

Come abbia fatto Pistoia, non so; ma quest'anno hanno pensato bene di partecipare 21 città: Alghero, Aliano, Altamura, Aquileia, Caserta, Comacchio, Cosenza, Ercolano, Iglesias, Montebelluna, La Spezia, Ostuni, Palermo, Piazza Armerina, Recanati, Settimo Torinese, Spoleto, Trento, Unione dei Comuni Elimo Ericini, Vittorio Veneto, e una candidatura congiunta per ViterboOrvietoChiusi.

Molte importanti mancano, alcune stupiscono.

Ma ognuna ha le sue ragioni: dalle anguille di Comacchio all'esilio di Carlo Levi ad Aliano, condizioni da me apprezzatissime, ma per le quali non occorre essere capitale.

Gli «esperti di chiara fama», i cui nomi non dico per evitare lo sconcerto (ricordo solo il presidente sul quale si era pronunciata l'agenzia Dagospia: «Cosa lega il ministro Franceschini alla coppia Stefano Baia Curioni Margherita Zambon? Questioni di famiglia? Va' a saperlo! Intanto ha incaricato lui di scegliere i 20 nuovi direttori dei musei italiani e nominato lei nel consiglio di amministrazione della Scala»), si sono riuniti e hanno implacabilmente stabilito, con rigorosi criteri scientifici, le 10 finaliste. Conclusione: le anguille sì, Levi no.

Resistono con orgoglio, prima di ridursi a una: Alghero, Aquileia, Comacchio, Erice, Ercolano, Montebelluna, Palermo, Recanati, Settimo Torinese e Trento.

Già sento gli amici di Aliano appellarsi ai valori della resistenza e dell'antifascismo. Mi accorgo che, in finale erano già entrate Aquileia ed Ercolano, sopraffatte da Pistoia, ma indomite nel rialzare il capo, e che per la seconda volta è caduta Spoleto. Non ho dubbi sul merito distinto di Settimo Torinese e di Montebelluna, ma mi chiedo dove abbiano sbagliato le miserabili Viterbo, Orvieto e Chiusi, presentatesi all'assalto in tre, o Caserta, Cosenza e Piazza Armerina, o la povera Ostuni. Sono certo che Settimo Torinese, oltre le sua naturali attrattive, avrà presentato un progetto sensazionale. Siamo abituati da anni a vedere quella città come un riferimento culturale. Segnali inequivocabili ci arrivano anche, dal 79 d.C., da Ercolano, molto viva nell'antichità.

Aquileia è stata più discreta, ma certamente la città morta è più viva della città attuale che si rigenera in Cervignano, stranamente esclusa dalla lista. Per quanto riguarda l'area archeologica ci si chiede: perché Aquileia sì e Piazza Armerina no?

Nessun dubbio che Recanati meriti, ma resterebbe, con Leopardi, capitale italiana della cultura anche senza l'agognata nomina. Nessun dubbio che delle selezionate la più ricca culturalmente, e anche la più difficile è disperata, sia Palermo, che certamente perderà. Non occorreva un concorso per capirlo, ma perderà, come ha perso Venezia contro Matera. Alla fine, Viterbo resta Viterbo, e Montebelluna resta Montebelluna.

Insomma, un sistema di selezione umiliante e capriccioso, attraverso un esercizio di potere arbitrario e insindacabile. Quante volte ho cercato di dire ai rappresentanti delle città umiliate: lasciate perdere, non partecipate. Oggi se ne accorgono. Viterbo, Orvieto, Cosenza col suo bellissimo e sconosciuto centro storico, Caserta, umiliate per quello che sono e per quello che avranno proposto. Si ribellino! Non si lascino calpestare. Vadano a casa degli «esperti di chiara fama» e li interroghino sulle bellezze di Settimo Torinese. Poi li mandino a cagare.