L'Ulisse tormentato e moderno di una generazione perduta

Corrado D'Elia porta in scena lo show sulle illusioni giovanili

Aboliamo subito qualsiasi possibilità di equivoco. Ulisse, il ritorno, al milanese Teatro Libero non nasce né da un'imitazione né da un maldestro tentativo di bissare il successo dell'Odissea di Bob Wilson. E questo perché Corrado D'Elia, autore e regista dello spettacolo, ha inteso scrivere sulla pagina del palcoscenico il suo commosso omaggio ad Anghelopulos e al suo bellissimo Sguardo di Ulisse. In un'audace parafrasi personale che si rifà alla mitologia di una generazione perduta come l'attuale. Quella cioè formata dai ragazzi che oggi han compiuto cinquant'anni e che sono amaramente consapevoli del tramonto delle illusioni giovanili.
Che oggi non può nemmeno fregiarsi del nostalgico invito a una palingenesi come quella auspicata a suo tempo da Elsa Morante nel Mondo salvato dai ragazzini ma solo rifugiarsi nel sogno in eterno rinviato di un ritorno all'Eden. Che solo può avvenire nel delirio romantico dell'utopia. Con l'Ulisse di un Giovanni Franzoni semplicemente magnifico nell'evocare, contro lo sfondo obbligato di una taverna colma di tavoli e seggiole vuote che ricordano più un ossario che un luogo di sporadici incontri, il ricordo di sforzi e di slanci ormai confinati nell'atto gratuito della memoria.
Mentre al suo fianco la poliedrica presenza di Franco Ravera, idealmente ricollegandosi sia all'assente Sancho Panza a suo tempo evocato dallo stesso D'Elia nel suo trascinante Don Chisciotte di poche stagioni fa, assicura e conferma la continuità di questo ammaliante scontro esistenziale. Divenuto continuo progetto in divenire dell'etica e dell'estetica del Teatro Libero. Dove le presenze maschili degli interpreti cui si aggiunge il pimento sarcastico e ammaliante di un'inedita Sara Bertelà di volta in volta Circe, Calipso e Penelope nelle intermittenze del cuore agite e provocate da questo disperato Odisseo dei nostri giorni funge da raccordo tra i vari piani delle immagini. Che ritagliate nei minimi dettagli dalla piena luce che investe i profili degli interpreti, a tratti interrotta dal buio minaccioso delle tenebre, si rifanno ai sussulti asmatici degli antichi proiettori del cinema silenzioso. In uno spettacolo da «teatro povero» che avrebbe molto da insegnare ad artefici e cultori di certo teatro pubblico degno più di sbadiglio che di attenzione.