L'unica regista donna fa un film "maschio" e viene insultata in sala

«Nightingale» racconta l'abisso di dolore di una ragazza. E la sua forza nell'uscirne

Nostro inviato a Venezia

Sessismo e discriminazioni. Violenza maschile opprimente e emancipazione femminile violenta. Vendetta di genere e gender equality. Il colore rosa del sangue e le quote scarlatte del cinema. Il movimento globale #metoo e il provincialismo delle polemiche da festival. C'è di tutto dentro e attorno il film di donne&vendetta Nightingale presentato ieri al Lido e girato dall'unica regista donna in concorso, l'australiana Jennifer Kent, travolta dall'alta marea veneziana ben prima che la mostra iniziasse. Ricordate? Da settimane girano lettere a mezzo stampa, firmate dai più importanti network femminili del mondo del cinema, in cui si chiede una maggiore presenza di registe donne ai festival e dentro le case di produzione...

Insomma, qui Jennifer Kent è l'unica donna («Come mi sento a essere la sola signora nel concorso di Venezia? Girate la domanda ai miei colleghi in gara: cosa provano ad avere nel gruppo una sola donna?») ma per qualcuno è persino troppo: alla proiezione per la stampa, mercoledì sera, tale Sharif Meghdoud, giornalista e regista torinese, sui titoli di coda ha gridato alla regista: «Vergogna, put****, fai schifo!». E così, prima ancora che finisse il film, era già scoppiato il caso. Sconcerto dei colleghi in sala, indignazione della stampa straniera che ha ancora nelle orecchie le accuse di «maschilismo tossico all'italiana» dell'Hollywood Reporter, vertici della Biennale in imbarazzo (il direttore Alberto Barbera ha detto l'unica cosa sensata: «I pazzi sono dappertutto»), caccia al colpevole sui social e alla fine mea culpa e scuse ufficiali dell'isolato contestatore, a cui è stato tolto l'accredito. È un critico che non ha retto di fronte a una messa in scena (a suo modo di vedere ricattatoria) che divide l'essere umano tra femmine fedeli, orgogliose e compassionevoli da una parte e maschi crudeli, efferati e bestiali dall'altra.

Film crudo più che crudele, violento e selvaggio, forse narrativamente prolisso ma onesto, Nightingale (titolo che nasconde la forza di cui sono capaci le donne dietro la dolcezza del canto femminile da usignolo) racconta l'abisso di dolore, sangue e furore in cui cade la giovane Clare, detenuta in una colonia penale inglese nella Tasmania del 1825, che ha il volto livido e la grazia flessuosa dell'attrice Aisling Franciosi (padre milanese, madre irlandese e un pass per la Coppa Volpi). La ragazza, abiti laceri e dignità cristallina, dopo esser rimasta vittima di una brutalità inaudita si getta - seguita dalla macchina da presa della regista e dall'empatia dello spettatore ansioso di vendetta - alla caccia della sua preda, un ufficiale britannico sadico e disumano. Lungo le lande desolate e inospitali di un'isola ai confini del mondo, attraverso una natura soffocante e ingannevole, il dolore troverà alla fine il suo sentiero.

Attenzione. Jennifer Kent - autrice di film di genere, ma fortemente autoriali, come l'originalissimo horror psicologico Babadook con cui esordì nel 2014 - fa un cinema di donne, ma non per le donne. In Nightingale la storia narra di una ragazza a cui hanno tolto la famiglia e la dignità, eppure è capace di mantenere una propria umanità in momenti in cui tutto intorno ti grida di fare il contrario. Ma le immagini raccontano di stupri, infanticidi, omicidi e massacri (anche se poi la macchina da presa stacca quando un aborigeno sta per uccidere un canguro per cibarsi nella foresta... mamma mia fino a dove arriva l'animalescamente corretto...). E alla fine è così spietatamente antimaschilista da non avere più nulla di femminile. Durante la proiezione diversi spettatori - diciamo venti-trenta - si sono alzati prima della fine. Erano tutte donne. E comunque una vecchia regola dice che se la platea applaude quando il protagonista-cattivo muore, vuol dire che hai sbagliato qualcosa.