In «Macelleria messicana» il dramma di due disperati bugiardi

Un uomo e una donna, non più giovani ma non ancora vecchi, sono divisi da una parete e dal rancore in una fatiscente soffitta di via degli Olivetani, a Milano. Siamo a due passi da San Vittore e il calendario segna una data tragica: 29 aprile 1945. In Piazzale Loreto i cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci sono stati esposti, appesi a testa in giù, al pubblico ludibrio. Uno spettacolo macabro e osceno, che fece esclamare a Ferruccio Parri, autorevole rappresentante dell'antifascismo: «Ma questa è macelleria messicana».
Quell'urlo di riprovazione è stato colto, a tanti anni di distanza, da Enrico Groppali, per dare il titolo a un dramma struggente e crudele apparentato con la nostra tragica storia recente. In scena al Teatro Sociale di Brescia, con la scrupolosa regia di Daniele Salvo, le scene del fantasioso Alessandro Chiti e l'appassionata interpretazione di Elisabetta Pozzi e Paolo Bessegato, accompagnati da due verdi, e già bravi, attori bresciani. Ecco un immenso schermo, con brevi filmati d'epoca (dai ridicoli tuffi nei cerchi di fuoco dei Littoriali alle terribili immagini dei lager) che danno risalto allo scontro fra i due protagonisti. Lui, aristocratico di lontane ascendenze tedesche, confessa di aver subito il fascino esteriore del fascismo, per poi pentirsene al punto di ritrovarsi al servizio di Stalin. Lei, avvilita contessa ridotta in miseria, tanto da essere costretta a affittare una camera a quell'intruso, rinnega tutto del proprio passato, compresa l'origine ebraica.
L'uomo si vanta di aver ucciso al parco le bambine sfuggite alla sorveglianza materna, ma in realtà si è limitato a mutilare delle bambole. La donna rivela di essere stata una sciantosa sedotta da un nobile, accolta nei salotti del regime, ma poi ridotta, per sopravvivere, a vendersi. Ma quale fatale destino li lega? Lo si scoprirà alla fine di uno spettacolo che si segue con il cuore in gola per novantacinque minuti di rara intensità.

MACELLERIA MESSICANA di Enrico Groppali. Brescia, Teatro Sociale, fino al 21 aprile