Madame Bovary diventa una dea del sesso

C'era molta attesa in noi quando abbiamo appreso che Lucia Lavia si sarebbe cimentata con l'ingrato personaggio di Madame Bovary. Personaggio ingrato per più di un motivo, visto che nel grande romanzo di Flaubert l'eroina sfugge alla vita non per sottrarsi eroicamente a un contesto che la opprime vanificando ambizioni frustrate, ma solo per denaro, per l'enormità del debito contratto per soddisfare incolmabili ambizioni che non le potevano assicurare il modesto bilancio del marito medico condotto. Il fulcro di questo capolavoro è nella sconcertante mediocrità dell'apologo vergato con mano fermissima dall'autore, il quale non risparmia lo sconcertante arrivismo dell'eroina, né lo sconsolato assetto borghese in cui vive. Dal momento che Emma solo dopo aver tradito il marito con Rodolfo, una volta ritrovate le sue ambizioni, si imbarca nelle spese folli che condizioneranno il suo tramonto. Ma tutto questo sembra contar poco sia per il regista Andrea Baracco, sia per la sbrigativa riscrittura di Letizia Russo i quali, incuranti dell'autentico talento della Lavia e della profondità del suo impegno, le hanno costruito attorno un edificio di sconcertante mediocrità che, riducendo i comprimari della commedia nera eretta attorno alla vittima da Flaubert, ne hanno scardinato tutta la violenza eversiva. Lo spettacolo si adagia per intero sulle spalle di Emma, la quale consuma l'addio al mondo tra epiteti ingiuriosi in un linguaggio da trivio. Anche se, ripetiamo, va sottolineato l'impegno della protagonista nel tratteggiare una Bovary vittima di se stessa quanto degli sparuti cotendenti che l'accompagnano nella sua via crucis.

MADAME BOVARY - Teatro Franco Parenti, Milano.