Quella malavita in bianco e nero

Il ritorno del commissario De Vincenzi va celebrato compiendo tre salti (di gioia) nel passato. Il primo salto, quello più breve, ci proietta nel pieno degli anni Settanta, quando fu Paolo Stoppa a portare in tv, per una mamma Rai ancora elegantissima nel suo bianco e nero, sei indagini del colto segugio sempre sulle orme del crimine. Il secondo salto, un poco più lungo, risale alla benemerita ed efficacissima opera di rilancio della creatura di Augusto De Angelis compiuta da Oreste Del Buono negli anni Sessanta quando, presso la Feltrinelli dove OdB lavorava, comparvero tre romanzi della serie. Il terzo salto richiede una bella rincorsa, perché occorre atterrare nel 1935, anno di uscita di Il banchiere assassinato, prima apparizione del capo della squadra mobile di Milano.

È un circolo virtuoso, dunque, quello in cui s'inserisce ora Luca Crovi con L'ombra del campione, il suo esordio nella narrativa edito da Rizzoli (pagg. 210, euro 18). Geneticamente predisposto, vista la familiarità che aveva suo padre Raffaele con tutto quanto è letteratura del mistero, sia essa gialla, noir o di altro colore, Luca, milanesissimo, non poteva che scegliere come guida spirituale, per la sua immersione nel genere, un personaggio che, pur non essendo nato, come si suol dire, sotto la Madonnina, ma in Val d'Ossola, è, della Milano anni Trenta e Quaranta, un'istituzione.

E, a proposito di salti a ritroso, in L'ombra del campione è lo stesso autore a farne uno, rispetto all'anno di nascita editoriale del commissario. Perché siamo nel 1928 e la capitale morale che Crovi descrive ricostruendo motti, modi e maledettismo di una malavita che oggi ci appare persino romantica, si mostra ben fornita anche di immoralità, oltre che di inclinazione a delinquere. E quello strano poliziotto che lavora alla questura di piazza San Fedele e gusta la filosofia di Platone insieme alla cassoeula dovrà marcare da vicino il top player del tempo, Peppín Meazza. Ma a far gol sarà «il poeta del crimine».