Il male del mondo raccontato da un angelo Senza più le ali

Gianluca Barbera

Un angelo incarnato in un famoso architetto viaggia per il mondo e lungo i cunicoli del tempo progettando città nel deserto che si possono vedere dalla luna e torri alte oltre un migliaio di metri. In una valigia custodisce una tromba e il suo compito è annunciare la fine del mondo, ormai prossima. Ha attraversato ere, conosciuto imperi, guerre, devastazioni, persecuzioni; ma anche l'amore di donne bellissime. Tre su tutte. Ha posseduto case e intrattenuto relazioni con uomini potenti ai quattro angoli della terra. In ogni luogo in cui è approdato lo attendeva una missione: salvare una vita, condannarne un'altra, svelare un antico segreto, distruggere il frutto della superbia dell'uomo. Per spostarsi, potrebbe continuare a usare le ali, ma da tempo preferisce servirsi di voli di linea. Obbedisce agli ordini di un dio che «se ne frega della bontà d'animo» ed esige obbedienza assoluta. Ma nonostante i superpoteri è un angelo malinconico. Perché in fondo, non diversamente dagli uomini, ciò che cerca è solo un posto tranquillo. Purtroppo ha finito per affezionarsi troppo alla terra e alle persone, a una donna in particolare (Sabine), e il corpo che lo ospita si è ammalato. Cancro. Guarirlo è impossibile. Per questo ha deciso di abbandonarlo Stop, fermiamo la pellicola e riavvolgiamola. Gabriel, architetto di fama mondiale, è malato e gli restano pochi mesi di vita. Ha un tumore al cervello. A causa della chemio ha perso i capelli e indossa una parrucca. È la malattia a causare le allucinazioni che lo fanno apparire un folle («Sognava di essere un angelo. Aveva queste fantasie a occhi aperti, di poter volare, e perfino fare miracoli»), rendendo lacunosa la sua memoria, persuadendolo di essere il quasi onnipotente arcangelo Gabriele venuto a spalancare le porte all'Apocalisse. Delirio d'onnipotenza, dicono i medici. Ecco perché Gabriel ha deciso di farla finita in una clinica Svizzera specializzata nella dolce morte.

Quale delle due versioni, che si mescolano nell'arco di tutto il romanzo, è quella vera? Non lo sappiamo. Forse entrambe. O forse sono solo un ponte tra due sponde. Un oscillare tra due mondi. Di certo c'è il racconto della sofferenza per l'immensità del male da cui il mondo è pervaso. Dell'inestinguibile nostalgia per ciò che si è perduto. Del rimpianto per la perdita della donna amata, morta in seguito a un aborto. E per il figlio mai nato. Ma chi può escludere che un giorno, ritroveremo ogni cosa? Chi ci impedisce di credere che prima o poi saremo di nuovo nella luce? Questo e molto altro è Chiedi alla luce di Tullio Avoledo (Marsilio, pagg. 483, euro 18). Un romanzo profondamente autobiografico nel quale l'autore ha riversato tutto se stesso. Quanta strada dai tempi del fortunato esordio, nel 2003, con L'elenco telefonico di Atlantide!

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