"Mamma di Garko ma seducente e piena di allegria"

L'attrice protagonista di "Non è stato mio figlio", da martedì su Canale 5

Morbida, materna, carezzevole. Ma anche torbida, appetitosa, piccante. Le mille facce d'una diva cresciuta a pane e celluloide. Se non fosse un pezzo del nostro cinema, Stefania Sandrelli sarebbe l'amante, la mamma, la zia ideale. E difatti: «Con Gabriel Garko avevamo sul set un rapporto simile a quello della finzione racconta la diva, che in Non è stato mio figlio (serie Mediaset prodotta da Alberto Tarallo, al via martedì su Canale 5) sarà la madre del popolare attore. «È un thriller-melò su una famiglia ricca e felice, in cui il primogenito (Garko) è sospettato di aver sedotto una nipote. La madre diventerà una tigre, per difenderlo. Una storia che coinvolgerà molte madri. Veramente conosci tuo figlio? farà pensare loro».

Lei incontrò Garko nella prima serie de Il bello delle donne (che alla fine del 2016 tornerà, con la quarta stagione).

«E ho visto quant'è maturato come attore. Nonostante tutte continuino a ripetergli Quanto sei bello! Quanto sei bello!. Già è un pizza per una donna, sentirselo ripetere. Figuriamoci per un uomo!».

Cinquantacinque anni di carriera, ma iniziata quando ne aveva quindici. Come è riuscita a farcela?

«Un giornalista mi definì il termometro del cinema italiano. Perché, partendo da Germi, sono riuscita a passare da Bertolucci ai Vanzina, passando per Tinto Brass. Come ho fatto? Ritenendomi solo uno strumento. Il regista è il musicista. Il mio compito è suonare al meglio. Il suo, tirare fuori il meglio da me».

Lei è una star fatta in casa, senza nessuno dei capricci, delle pose, dei divismi delle star. Come se lo spiega?

«Non mi ha mai spinto la brama del successo, l'avidità dei soldi, l'Oh Dio, quanto sono bella, quanto sono brava!. No. L'unica cosa che ha contato più di tutto per me è stata la voglia di fare dei bei film. Tutto qui».

Mai litigato con un regista?

«Una volta mi lamentai con Bertolucci: in Ballo da sola non volevo correre a piedi nudi nell'erba. E poi con Claude Chabrol. Io gli chiedevo indicazioni e lui giocava a scacchi. Ma poi lui si scusò pubblicamente».

Il primo giorno sul suo primo set lo ricorda?

«Come dimenticarlo? Avevo quindici anni, ero a Roma in attesa che Germi decidesse se prendermi o no per Divorzio all'italiana. Il mio agente mi fa: Mentre aspettiamo ci sarebbe un filmetto alla buona, Gioventù di notte. Ci buttiamo?. Mi buttai. Fu quello il mio vero debutto; non Il federale, come scrivono tutti. E al mio primissimo ciak dovetti baciare il protagonista, Sami Frey. Era un bel ragazzo. Fu molto divertente».

Il film più amato? E quello che avrebbe evitato volentieri di girare?

«Adoro Io la conoscevo bene di Pietrangeli. Sedotta e abbandonata è un gioiello; C'eravamo tanto amati e La famiglia sono delle sinfonie. Mi sono divertita a fare la cattiva in Gli occhiali d'oro. Tutto sommato ho girato un solo film di cui arrossire: La tarantola dal ventre nero. Ma quando m'incontro col mio partner di allora, Giancarlo Giannini, ci facciamo tante di quelle risate, a ripensarci, che questo compensa tutto».

Tutti l'amano. Pubblico, critici, colleghi. Tutti tranne una. Oriana Fallaci.

«M'intervistò alla fine degli anni 60, credendo di sapere già tutto di me. E si scandalizzò quando alla domanda Quali sono le sue letture? io risposi serafica Topolino. Avvertii una prevenzione snob. Non sapeva né io le dissi - che a casa avevo una foto con dedica di Walt Disney. Alla meravigliosa Stefania».

Già: Hollywood. Come mai, a differenza di tante italiche colleghe, non ha mai tentato la grande avventura?

«Ne ho avute tante, di offerte. Ma io sono com'era Mastroianni: pigra. Con un inglese terrificante, la paura di finire troppo lontana da casa... Io sono nata a Viareggio, ragazzi. Che mi mettevo a fare, l'americana?».