Marco Minghetti e il Dna liberale del Risorgimento

Moriva 130 anni fa il primo ministro dell'ultimo governo della Destra storica: un intellettuale che l'Europa ci invidiava

Non sono molti i liberali italiani, che, dopo Cavour, hanno lasciato un segno indelebile nella storia sia politica che culturale della nazione. Tra i pochi si trova sicuramente il bolognese Marco Minghetti, di cui quest'anno ricorre il 130° anniversario della morte. Combattente nella prima guerra d'indipendenza, stretto collaboratore di Cavour, più volte ministro, era lui a presiedere, nel 1876, l'ultimo governo della Destra storica, quello che cadde dopo aver annunciato a un Parlamento già in vena di trasformismo il pareggio del bilancio. Minghetti non fu solo un eminente uomo di Stato ma, altresì, un pensatore politico di primissimo ordine stimato e citato dagli studiosi di ogni contrada europea, a riprova che l'Italietta umbertina non era il paese arretrato e analfabeta immaginato dai nemici del Risorgimento, di destra e di sinistra: era, invece, pur nella povertà delle sue risorse naturali e con i problemi istituzionali e sociali enormi esplosi con l'unità, una grande nazione, i cui economisti, letterati, giuristi e scienziati politici l'Europa spesso ci invidiava.

Elias Regnault - per fare un solo esempio già ministro nella Parigi della rivoluzione quarantottesca, citando nello scritto La Province il progetto di ordinamento amministrativo del Regno d'Italia presentato da Minghetti nel 1861, commentava: «È strano vedere gli Italiani superarci nell'applicazione intelligente dei principi del diritto e della libertà. È una lezione che compensa i sacrifici che abbiamo fato per loro» (nella seconda guerra d'indipendenza).

Un prezioso contributo a far conoscere oggi il vasto e profondo lavoro intellettuale di Marco Minghetti soprattutto nell'economia e nella scienza politica è offerto dal recente saggio di Raffaella Gherardi, Marco Minghetti. Il liberalismo e l'Europa (Morcelliana, pagg. 256, euro 20): un saggio chiaro, convincente, ricchissimo di citazioni dalle maggiori opere dell'intellettuale-statista - Della economia pubblica e delle sue attinenze colla morale e col diritto (1859); Stato e Chiesa (1878); I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell'amministrazione (1881) - nonché dai numerosi opuscoli politici e discorsi parlamentari. Sotto la guida di Nicola Matteucci, la Gherardi ha dedicato una vita allo studio delle carte di Minghetti, ha ricostruito il suo ambiente storico e culturale, ha pubblicato edizioni critiche di opere, a torto dimenticate e che pure erano state le fonti di pensatori come Luigi Luzzatti, Gaetano Mosca, Vittorio Emanuele Orlando.

Emerge dalla sua ricerca la figura di un liberale di altissimo ingegno, lettore di Constant, di Tocqueville, di Sismondi, conoscitore profondo di quanto si produceva nella «repubblica delle lettere» in Germania e in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Il liberalismo di Minghetti, con le sue parole, «si fonda innanzitutto nel rispetto della dignità umana, dirò meglio dell'anima umana, e quindi pone in cima dei suoi principii la libertà di coscienza. Esso sancisce l'indipendenza delle nazioni, cementandone i vincoli colle alleanze. Favorisce l'aumento della produzione per rendere la vita a buon mercato; il risparmio dei capitali per rendere più alti i salari; favorisce l'associazione spontanea e la mutualità benefica; vuol redimere le plebi colla educazione; propugna lo svolgimento progressivo, ma graduato e regolare, di tutti i diritti».

Il grande problema che Minghetti si trovò a fronteggiare fu quello di dover provvedere alla costruzione dello Stato predisponendo istituzioni forti ed efficienti sulle rovine di staterelli premoderni e insieme alla costruzione della Nazione, facendo sentire a tutti gli italiani la necessità di un governo legittimato dal voto popolare e intento a quei grandi servizi pubblici in assenza dei quali le libertà civili e politiche sono destinate a rimanere sulla carta.

«Io credo» dichiarava nel 1876, «che l'ingerenza governativa debba restringersi il più possibile, limitarsi anzi a quei punti soli dove è necessaria e dove individui e associazioni private non arrivano. Io credo che lo stato moderno deve spogliarsi di molte attribuzioni che ha e che non gli spettano, e lasciarle alla libertà individuale e alle associazioni private; ma d'altra parte credo che vi siano alcuni servizi, soprattutto quelli i quali non possono avere concorrenza, dei quali il Governo può e deve essere il più naturale, il più utile esercitatore nell'interesse della cosa pubblica! Io credo che le strade ferrate siano come i telegrafi e le poste, e, in un avvenire forse più prossimo di quello che voi credete, saranno date all'esercizio governativo in tutte le parti del continente europeo».

Un liberalismo realista, il suo, che pur nella diversità dell'ispirazione filosofica, lo accomunava a quello hegeliano e napoletano della Destra storica da Silvio Spaventa a Benedetto Croce non foss'altro che per il ripudio della scolastica liberista portata a vedere in ogni intervento del Governo un attentato alla libertà.

Non tutte le tesi di Minghetti sono ancora oggi attuali ma, tra le inattuali, ve ne sono alcune che contengono verità purtroppo dimenticate. A cominciare dall'idea che il parlamento «nella sua vera espressione ha questo gran pregio ch'esso esprime tutte le idee, tutti i sentimenti, tutti gli interessi che sono nel paese» e che, per questo, l'assenza di un partito conservatore «che rappresenti il passato, la tradizione, la continuità del paese, quell'anima, per così dire della nazione, che attraverso al succedersi delle generazioni rimane costante» non solo indebolisce l'identità nazionale ma significa un ostacolo sulla via del progresso. L'innovazione, infatti, per essere duratura, deve affondare le sue radici sul terreno solido della comunità nazionale e non sulle astrazioni di un «cosmopolitismo, nel quale ogni distinzione di nazioni sia cancellata; e il genere umano non formi più che una sola officina ed un sol mercato».