La maternità vista con gli occhi di 17 scrittrici

Andrea Caterini

Quqando sentiamo parlare di letteratura femminile percepiamo sempre puzza di ideologia; la puzza del cadavere dell'arte. Mentre l'arte, se è tale, non prevede un valore aggiunto quando a farla è un uomo anziché una donna. L'arte è o non è. Ho letto perciò i diciassette racconti di diciassette autrici (da Manzini a Panarello, da Bonvicini a Sparaco e Bernardini) contenuti nell'antologia Pensiero madre (a cura di Federica De Paolis, Neo edizioni, pagg. 248, euro 15) con lo sguardo di chi è attento a capire se questi fossero di volta in volta davvero di una scrittrice oppure no. Ma non potevo neppure ignorare che l'idea del libro nasceva da una domanda che poneva in essere un problema. Non tanto cosa significasse per ciascuna essere madre, quanto invece: essere madre è un fatto naturale o culturale? Meglio: quanto il desiderio di maternità sia connaturato in ogni donna e quanto invece quello stesso desiderio sia indotto dalla cultura.

Domande, del resto, su cui la sociologia, e la psicologia, non hanno mai smesso di interrogarsi. E la letteratura? Se non si limita a una sciatta imitazione di altri settori del sapere è certo capace di farci avvertire tutto quel mondo interiore che appartiene non già genericamente «alle donne», ma alla singola donna che si ascolta e si esprime, e che nessuna statistica saprebbe suggerirci. Così, se saltiamo a piedi pari alcuni racconti, per esempio la lettera edificante di una figlia alla madre di Camilla Costanzo, possiamo imbatterci in racconti interessanti come quello di Gilda Policastro, scritto in forma interrogatoria. E a rispondere sono una donna mai divenuta madre, una madre, un figlio che ha perso la madre, e un figlio che non vuole nascere. O il racconto di Gaja Cenciarelli, quello di una donna ingannata e umiliata. E ancora la prosa ossessiva di Chiara Valerio, che racconta la paura di una ragazza di essere rimasta incinta. Anche la Bomoll ha avuto una buona idea (due donne che viaggiano sulla stessa metropolitana, entrambe incinta: una sta andando in ospedale ad abortire, l'altra è di religione islamica e doveva far saltare il vagone, se non fosse angosciata dal dubbio della sua colpevolezza), peccato che abbia forzato troppo il gergo romano su una delle donne.