Maxxi solo i finanziamenti La Melandri (ri)contestata

Angelo Crespi D i solito si progetta un museo per ospitare una raccolta d'arte. In Italia, in spregio al buon senso ma volendo assecondare le velleità della politica, pur mancando una collezione pubblica di arte contemporanea lo Stato ha speso 200 milioni di euro per edificare una scatola vuota. È questo il vizio congenito del MAXXI di Roma che, a cinque anni dall'inaugurazione, stenta a trovare ragione d'essere. Dal 2010 la litania di polemiche non è servita: prima il commissariamento, poi la contestata nomina a presidente di Giovanna Melandri, infine la questione dei finanziamenti e dei visitatori. In questi giorni, citando un saggio dell'economista Alessandro Monti (Il MAXXI a raggi X, Johan&Levi 2014), Vincenzo Trione sul Corriere della Sera è tornato sul tema per criticare l'anomalia del museo, chiedendo al ministro Franceschini di smantellare «l'intollerabile impalcatura di privilegi» che, tra l'altro, fa finire in via Guido Reni metà del Piano economico annuale per l'arte contemporanea italiana (900 mila euro). Giovanna Melandri (forse in virtù dell'intollerabile impalcatura di privilegi) ha ottenuto ampio spazio per la replica vantandosi di una serie di dati: «Abbiamo chiuso il 2015, col controllo inequivocabile del contapersone, a quota 355.268. Nel 2012, quando è arrivato questo nuovo vertice, erano 200 mila. Il febbraio 2016 si è chiuso con un +7% rispetto al 2015 e un +41% rispetto al 2014 Nel 2012 il 70% del bilancio andava ai costi generali, ora siamo 50%-50% per costi e attività istituzionali, cioè le mostre che vedono i cittadini». Il professor Monti, chiamato in causa, si è meritato (forse in virtù dell'intollerabile impalcatura di privilegi) solo un boxino nelle pagina delle lettere, ma spesso la verità si rivela nelle note: «Nel 2015 ha scritto Monti - nonostante i sostanziosi apporti dello stato, il rilevante battage promozionale a pagamento su quotidiani e tv, le 35 mostre e l'ulteriore aumento degli eventi (da 380 a 399), i visitatori si sono fermati a 355 mila, appena 0,67% in più rispetto al 2014. Un esito tanto più deludente se si considera che il volume raggiunto nel 2011, prima del commissariamento, era stato di 450 mila unità con appena tre mostre e senza il contributo statale annuo di 5 milioni di euro». Se poi facciamo la fatica di raffrontare i bilanci degli ultimi anni (come da sito), ci accorgiamo che nel 2011 i ricavi da biglietteria erano 1 milione e 300 mila, 910 mila nel 2012, 721 mila nel 2014. I contributi di gestione viceversa, 3 milioni e 900 mila nel 2012, 7 milioni e 300 mila nel 2014. Segno che i visitatori, nonostante il contapersone, non aumentano e che invece i contributi pubblici (forse in virtù dell'intollerabile impalcatura di privilegi) quasi raddoppiano: come a dire più politica che mercato, più relazioni che successo.