«Per me suonare blues è stato un sogno Lungo quarant'anni»

Il grande chitarrista che ha avvicinato la musica nera e le ballate festeggia con un disco live: « Il successo all'inizio era pagare l'affitto. Ora è l'affetto dei fan»

Alla chitarra ha un tocco magico e sinuoso inimitabile, la sua voce e profonda e sensuale, sa coniugare come pochi ritmo e melodia, non a caso è uno dei migliori autori di ballad delle ultime generazioni e, infine, ha inventato il moderno soul-blues. Sembra un eterno ragazzino Robert Cray, ma ha già 62 anni, un palmares invidiabile e in questi giorni festeggia i quarant'anni di trionfale carriera (condita di Grammy e di collaborazioni con artisti come John Lee Hooker ed Eric Clapton) con una tournée (è appena passato dall'Italia con il suo quartetto) e con l'album celebrativo dal vivo, in uscita ai primi di settembre, 40 Nights of 40 Years Live in cui si racconta in musica.

Oggi lei è nella ristretta cerchia dei chitarristi più importanti di tutti i tempi...

«Beh, ci sono grandi virtuosi come Jimi Hendrix che non potranno mai essere superati per tecnica e inventiva. Io ho lavorato sul timbro, sul colore, cercando di creare uno stile riconoscibile e moderno. Questo credo sia il suo pregio».

Lei negli anni '70-'80 ha unito la ballata soul al blues.

«Ho cercato di mettere insieme il mio amore per cantanti come Otis Redding, Junior Parker e Bobby Blue Bland con la mia passione per Muddy Waters, Howlin' Wolf, John Lee Hooker. Il soul è sempre stato intriso di blues, bastava solo rinnovarlo un poco».

Come è cominciata la sua avventura?

«Come un bel sogno. Eravamo ragazzi al college che suonavano i brani blues che entravano in classifica. Era il 1974 e avevo una ventina d'anni. Con me c'erano personaggi come Richard Cousins, che suona con me ancora oggi, e Curtis Salgado, un grande del blues. Ci scoprì Albert Collins che ci portò con sé in tournèe per un anno e mezzo sulla West Coast. Con la sua band suonava la chitarra come un diavolo e mi ha insegnato la durezza del blues ma anche la sua poetica più morbida».

Con Collins e Johnny Copeland ha vinto anche un Grammy...

«Sì, quel disco, S hoedown, fu un incontro generazionale molto riuscito».

Cosa vuol dire il successo per lei?

«A seconda dei periodi ha un diverso significato. All'inizio permettersi di pagare l'affitto o avere la foto pubblicata sul San Francisco Chronicle. Poi l'affetto dei fan, la consapevolezza di avere fatto qualcosa per la musica nera e la possibilità di suonare ciò che voglio senza compromessi. Oggi sono felice perché non penso al successo, ma a festeggiare questi quarant'anni di duro lavoro con un disco dal vivo, con tanti ospiti-amici, che mostra la mia personalità artistica più vera».

Lei ha collaborato con tutti i grandi, quali sono quelli che l'hanno colpita di più?

«I due estremi del blues mi hanno affascinato. Il suono cristallino di B.B.King (da quando collaborammo in Blues Summit) e quello sporco e graffiante di John Lee Hooker, impossibile da seguire perché meravigliosamente lontano da tutte le regole ritmiche e armoniche. A mo molto anche chitarristi bianchi di forte espressività come Eric Clapton e Richard Green».

Come vede la musica oggi?

«I ragazzi conoscono troppo poco il blues, o meglio non lo conoscono direttamente. Sono più vicini al rock blues di matrice bianca. C'è troppo rap in giro; è vero che è lo specchio della situazione nelle città ma a me non dà niente, io preferisco ascoltare il vecchio jazz di Clifford Brown o di Art Blakey, ma non datemi del nostalgico».

Che cos'è il blues?

«Prima ancora che uno stile è una canzone triste. Una storia (spesso) triste che prende le mosse dalla realtà. Ad esempio blues è One Bourbon One Scotch One Beer di John Lee Hooker o My Babe di Little Walter».

Come festeggerà questi quarant'anni in musica?

«Continuando con i concerti; è l'unico modo per tenere viva la curiosità, la voglia di ricerca e soprattutto il contatto con il pubblico che mi sostiene da sempre, dai tempi di False Accusations e Strong Persuader, gli album che mi hanno dato la fama».