Mehta: "Gli sprechi devastano i teatri Giusto risparmiare"

Il direttore del Maggio musicale fiorentino: "Ci sono state cattive gestioni, ma ora salvate il Festival"

Dopo tanto parlare e supporre, finalmente habemus sovrintendente al teatro alla Scala. Si tratta di Alexander Pereira, il boss del festival di Salisburgo, austriaco, 65 anni. È questo il tema all'ordine della settimana musicale: italiana, ma pure straniera, perché dirigere la sala dei bottoni del teatro milanese - per certi aspetti, numero uno al mondo - continua ad esercitare fascino. Pereira approda in Italia proprio durante una fase assai critica per i teatri d'opera: si chiudono interi reparti di teatri, saltano teste e arrivano commissari in pronto soccorso con cure alla Marchionne, si riducono onorari agli artisti. Sovrintendere un teatro d'opera non è stato mai così difficile, soprattutto se scatta il confronto con le passate epoche dorate quando i finanziamenti erano profusi con incondizionata generosità. È questo l'argomento che avvia la nostra conversazione con Zubin Mehta, direttore d'orchestra stellato, nato a Bombay nel 1936, guida stabile del Maggio musicale fiorentino e della Israel Philharmonic. È poi una delle anime del Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, istituzione che venne alla ribalta nel 2005 per via della sua sagoma avveniristica ideata da Calatrava, per la conduzione intelligente di Helga Schmidt, la storica assistente di Herbert von Karajan. A Valencia, in questi giorni Mehta sta conducendo un Otello di qualità, disegnato dal torinese Davide Livermore, regista che con un budget ristretto ha forgiato uno spettacolo di classe. «Pochi» perché nella Spagna che vive il risvolto della medaglia della decada dorada si naviga a vista. Eppure l'allestimento è ben riuscito: intelligente, essenziale, sprovvisto dei cerebralismi di tante regie moderne, centrato sulla recitazione shakespeariana.

«Si può fare teatro anche con pochi soldi», assicura la Schmidt che non si lamenta per i tagli al budget, pragmaticamente ottimizza le risorse a disposizione.
«Questo nostro Otello - spiega Mehta - è un ritratto di altissimo livello dei tempi di gravi difficoltà economiche. Le cinque scene di Otello sono state ridotte a una, nel quarto atto non c'è nessuna croce o letto, insomma mancano i classici elementi scenici. Eppure tutto è riuscito bene. Si era ipotizzato di affittare l'Otello rappresentato a Pechino, ma questa produzione spagnola, pur essendo nuova, è costata meno. Ciò cosa dimostra? Che ormai l'opera deve andare in questa direzione, si deve riuscire a fare un teatro di qualità con pochi quattrini, anche sfruttando il più possibile le coproduzioni. Per esempio, stiamo pensando di portare qua a Valencia il nostro Cavaliere della rosa fatto a Firenze dove, poi, porteremmo il Parsifal di Valencia. Uno scambio alla pari, che non prevede costi».

Mehta è un artista che, in 60 anni di carriera, ha fatto tutto ciò che era possibile fare dall'alto del podio: ha condotto le migliori orchestre, ha lavorato con gli artisti del secolo, si è divertito con concerti di capodanno viennese e performance con i Tre tenori, in un intelligente e ben calcolato equilibrio fra il sacro e il profano in musica, fra l'arte dura-e-pura e quella che strizza l'occhio alle strategie del marketing. Ora vive sulla propria pelle la crisi che attanaglia il Maggio musicale fiorentino dove, dopo il licenziamento del sovrintendente Francesca Colombo, lavora un commissario. Per la causa del Maggio, Mehta, da anni accasato a Firenze, s'è speso molto, ha sempre difeso a spada tratta la cultura e i teatri in particolare ma è anche disposto ad ammettere che «i governi non hanno più soldi, è inutile continuare a fare critiche. Non li hanno e non li possono erogare. Quello che lo Stato può fare è defiscalizzare le sponsorizzazioni, secondo il sistema americano, solo così possiamo sperare nel sostegno dei privati. Ho sempre parlato di questo con i vari ministri della cultura, anche con quello attuale: tra l'altro molto simpatico». In breve. Dati i tempi, risulta vitale una figura come quella di Pereira, talento innato per il fund raising. «Anche per questo, mi congratulo con Milano per l'ottima scelta. Conosco Pereira da 30 anni, dall'epoca di Vienna. Quello che mi piace di lui è il fatto che sia anche un musicista. Poi mi incuriosisce la sua passione per i cavalli e le gare di ippica».

Mehta è chiaro. Oggi i teatri pagano lo scotto della cattiva gestione del passato. E lancia un'accusa a «tutti quei sovrintendenti che impiegarono troppi dipendenti. A Firenze a un certo punto vi lavoravano addirittura 500 persone. Assurdo. Poi si passa da un estremo all'altro, si va da anni in cui al Maggio non ci si preoccupava minimamente del budget alle ristrettezze di oggi. Per questo spero che il nuovo governo faccia un legge extra per tenere in vita il Festival del Maggio».

Commenti

silviob2

Mar, 11/06/2013 - 14:12

Massimo è il rispetto per cotanto direttore. E massima è la considerazione per il diritto di cambiare idea. Ma, se non ricordo male, da Fazio su raitre condannò i tagli che il governo di allora faceva: non dovevano esserci tagli alla cultura. Oggi si scopre che esistevano degli sprechi?