"Mi hanno tolto la pallottola ma continuo a indagare"

L'attore torna stasera su Raiuno a fare il giornalista che fa luce sui casi rimasti irrisolti: "Ferite da guarire"

Gli è capitata pure questa. «Un giorno ero in giro per Roma... e mi sono perso. Proprio così: perso. Ormai certi quartieri della capitale sono grandi come Bologna. E il bello è che non potevo neppure chiedere informazioni. Te li figuri i commenti? Gigi Proietti che si perde dentro Roma!». Almeno in questo il personaggio non assomiglia all'interprete. Nonostante sia cresciuta fino a proporzioni allarmanti, infatti, Roma è nota al cronista di nera Bruno Palmieri quanto le sue tasche. E in Una pallottola nel cuore 3 (da stasera sei nuovi episodi su Raiuno, per la regia di Luca Manfredi) il cronista la percorre in lungo e in largo, con sorniona disinvoltura, all'inesausta ricerca di cold cases. Ovvero casi irrisolti bisognosi d'una soluzione.«A parte le conoscenze topografiche, tutto sommato, questo personaggio mi somiglia riflette il grande attore - O meglio: anche il personaggio del giornalista somiglia all'idea che me ne sono fatta io».

Prima carabiniere col maresciallo Rocca; poi legale con l'avvocato Porta; perfino prete (e santo) con Filippo Neri. Oggi come ha costruito il giornalista di nera, altro classico «tipo» dell'immaginario televisivo?

«Così come me lo immagino io. Ogni mio personaggio nasce da me: non faccio mai ricerche particolari; non analizzo psicologie o ambienti. M'immedesimo. Per diventare un carabiniere credibile ci ho messo nove anni. D'altra parte non ho amici giornalisti di nera, né ho voluto conoscerne. Diciamo che mi sono basato sull'idea romantica e old style che ho di questa figura: il giornalista che ha senso etico. Che cerca la verità. Del resto non credo che esista qualche giornalista che non la cerchi... O invece si?».

Eppure tempo fa lei aveva dichiarato le sue perplessità circa una terza serie di Una pallottola nel cuore.

«Per forza: la pallottola me l'avevano tolta nella seconda; mica potevamo fare Un cuore senza pallottola! Poi però mi sono reso conto che il personaggio poteva dare ancora tanto. Soprattutto in quella che è la sua caratteristica: il mix di dramma e comicità. Perché non c'è dramma che non abbia il suo lato comico. Il che mette sempre in difficoltà i critici. Ma il problema è solo loro. Perfino in Amleto ci sono personaggi che fanno ridere: i becchini. E chi pensa che non si possa ridere con l'Amleto sbaglia».

Il fatto che Palmieri indaghi su casi di molti anni prima potrebbe farlo sembrare un cronista del passato.

«E proprio qui sta il bello. Nonostante sia un paradosso, per lui la memoria è una faccenda attualissima. E' proprio frugando nel passato, infatti, che riporta a galla temi più urgenti che mai. Come nella prima puntata, dove riesumando l'inspiegato incendio d'un centro di raccolta profughi denuncia lo sfruttamento degli immigrati. Per lui i casi irrisolti sono come ferite ancora aperte. Non puoi guarire finché non le ricuci».

Altro dettaglio essenziale di questo giornalista di nera: il suo essere romano.

«Oh, quello è un mio dettaglio essenziale. Qualcosa cui non potrei rinunciare. E di conseguenza neanche il mio personaggio. Il quale indaga parlando (quasi) italiano; ma se racconta barzellette lo fa in romanesco».

Roma che lei ama tanto. E che fa tanto soffrire chiunque l'ami.

«E da quando sono nato (dall'epoca di Dante Alighieri, dunque...) che si parla dei guai di Roma. Io mi convinco sempre più che la loro soluzione non può essere solo nazionale. Non dicono tutti che Roma è del mondo? Che il mondo ci dia una mano, allora. Poi, certo, anche i romani ci mettono del loro. E gli italiani pure. Anche Parigi ha i suoi guai; eppure nessun francese parlerebbe di Parigi come certi italiani fanno con Roma. Quanto alle buche sulle strade... Quelle di casa mia sono sparite. La cosa mi ha talmente sorpreso che ora ne ho quasi nostalgia».

A proposito di nostalgia: tornerà su Raiuno con un altro Cavalli di battaglia?

«Il direttore di Raiuno Teodoli sta provando a convincermi. Mi piacerebbe: quello show mi ha dato grandi gioie, anche se mi ha stancato moltissimo. Ma ci vogliono idee nuove, un approccio diverso, qualcosa che lo rinfreschi. Diciamo che i cavalli ci sono sempre, ma per ora restano nella stalla».

A questo punto della sua carriera, a 77 anni, con quasi 60 di enormi successi in teatro, cinema, tv, perfino nella regia lirica, con quale spirito vive il suo mestiere?

«In spirito di servizio. Sono stato fortunato. Ho fatto quel che volevo, e come volevo. Ora mi piacerebbe che quel che faccio fosse messo al servizio della città che amo. Per questo ho lavorato tanto in tre teatri della città, rivitalizzando (credo) anche i quartieri che li ospitano. E col Globe Theatre sperimento una stagione davvero felice. Chi pensava che un teatro all'aperto, solo estivo e dedicato esclusivamente alle opere di Shakespeare, crescesse in quindici anni fino a diventare un punto di riferimento trasversale, apprezzato dagli habitué quanto dagli adolescenti? Forse proprio questa è la più grande soddisfazione della mia età matura».