«La mia Filumena? Una vera napoletana ma senza folclore»

La regista dirige a Spoleto la celebre opera di De Filippo con Mariangela D'Abbraccio

Paolo Scotti

Un giorno Liliana Cavani viene invitata a pranzo da Eduardo De Filippo, nella sua casa romana dei Parioli. «Ti preparo un bel piatto di pasta alle vongole fujute», le annuncia il mitico attore e drammaturgo. «Pensai subito: buoni, gli spaghetti alle vongole! ride ancor oggi la Cavani -. Ma fujute in napoletano vuol dire fuggite. Insomma: di vongole neanche l'ombra. Così dicono i napoletani quando ironizzano sulla forzata austerità dei loro piatti». L'aneddoto culinario sintetizza molto dell'ironico, umanissimo (e feroce) universo di Eduardo. Lo stesso che la grande regista, per la prima volta ad 83 anni, dal primo luglio al Festival di Spoleto, dirigerà in uno dei suoi classici più celebri ed universalmente amati: Filumena Marturano.

Eppure la ribollente vicenda dell'ex prostituta partenopea, che lotta per rivendicare nome e dignità ai propri figli illegittimi, sembra lontana dalle lucide geometrie intimiste della regista di Portiere di notte.

«E perché mai? Io adoro Eduardo. Insieme a Pirandello lo ritengo il più grande drammaturgo italiano del 900. Come attore, poi... Andai apposta a vederlo due sere di seguito in Natale in casa Cupiello. Beh: la seconda recita fu totalmente diversa dalla prima. Perché Eduardo in scena non recitava. Viveva».

E Napoli? Può un'emiliana di Carpi capire fino in fondo la città dei «bassi» e dei panni stesi al sole?

«Amo Napoli come città di antica, profonda cultura; aperta, accogliente. Se penso a certi mugugni, a certe diffidenze del mio Nord... Napoli è nata prima di Roma. E' popolare ma non plebea: i suoi bassi sono pulitissimi. E tutti quei panni stesi significano solo una cosa: a Napoli la gente si lava più che altrove».

Filumena e la sua storia (che nel 1946 Eduardo creò per la sorella Titina, ispirandosi ad un trafiletto di cronaca letto sul giornale) sono ancora attuali?

«Sono eterni. Filumena è l'autentica donna del popolo. Quella che con inventiva geniale risolve ogni giorno il problema della sopravvivenza. E la sua storia è più che viva: è scottante. Tutte le mattine, andando in macchina alle prove dello spettacolo, vedo sulla strada tante prostitute. Sa quanti sono oggi i maschi italiani che pagano l'amore? Dieci milioni. E dieci milioni sono tanti. Troppi. Ma Filumena è la donna che riscatta se stessa da tanto squallore e dai pregiudizi. È l'ex puttana che si innalza moralmente ben oltre il borghese ipocrita che la sfrutta. Che combatte con le unghie per qualcosa che a noi oggi sembra normale; ma che allora, in un dopoguerra in cui l'analfabetismo era ancora diffuso, e il delitto d'onore ancora perdonabile, una cultura millenaria si ostinava ad ignorare. E cioè che i figli sono figli. E sono tutti uguali».

Quale preferisce fra le tante primedonne che hanno dato viscere e anima all'indomita Filumena?

«Quella sublime di Sophia Loren, in Matrimonio all'italiana di De Sica. Si, lo so: i puristi non mettono quel film sullo stesso piano della commedia originale. Ma signori: oltre a De Filippo, in quel film, c'è anche De Sica. E De Sica è il maestro numero uno. Il mio divo personale. Il più grande di tutti».

Tradotta in decine di lingue e rappresentata in tutto il mondo, dalla Russia al Giappone, come sarà la Filumena Marturano che ora incontra Liliana Cavani?

«Io amo il teatro contemporaneo e rigoroso, stile Living Theatre. Ma applicare quelle astrazioni ad un capolavoro naturalista sarebbe un intellettualismo totalmente inutile. Diciamo che la nostra Filumena non concederà nulla al folclore da sceneggiata napoletana. Ma nemmeno rinuncerà alla carne, al sangue del temperamento partenopeo. L'irruenza mediterranea, in questa storia, è parte irrinunciabile».

E la protagonista?

«Mariangela D'Abbraccio è napoletana. Ha un grande talento emotivo. Quel capolavoro di personaggio, tutto istinto e spirito, è perfettamente nel suo temperamento».

Finché, dopo il debutto spoletino, lo spettacolo sarà a Napoli. Dove tutti conoscono a memoria le battute più famose; dove tutti hanno ancora nelle orecchie la voce di Pupella Maggio o Regina Bianchi; dove in questo ruolo perfino una grandissima come Valeria Moriconi venne contestata, perché non napoletana.

«Andare a Napoli mi emozionerà, certo. Ma io in vita mia ne ho fatte di tutti i colori. Ho ricevuto fischi, denunce, censure. Una volta feci quasi crollare la dirigenza Rai, si figuri. Sono pronta a tutto. Del resto, non fa parte del gioco? Se avremo la mano giusta vinceremo. E sennò... Il bello del teatro è anche questo».