Minervini in bianco e nero s'immerge tra gli "afro"

L'italiano svela la realtà degli americani di colore, fra abusi e nuove Black Panther

«Il razzismo negli Stati Uniti è uno tsunami». Non usa mezzi termini Roberto Minervini, il regista di What You Gonna Do When the World's on Fire? («Che fare quando il mondo è in fiamme?»), secondo film italiano in concorso che uscirà nei cinema grazie alla Cineteca di Bologna. Come nei suoi due film precedenti Louisiana (The Other Side) e Stop the Pounding Heart (il Festival dei popoli di Firenze a novembre gli dedicherà una retrospettiva), il quarantottenne regista marchigiano, che vive e lavora negli Stati Uniti (precisamente a Houston in Texas), ha vissuto per mesi con un gruppo di persone, qui afroamericane in Louisiana e nel Mississippi, girando 180 ore di immagini che, grazie al montaggio di Marie-Hélène Dozo («la vera scrittura dei miei film di osservazione è al montaggio»), sono diventati queste due ore in un bianco e nero evocativo proprio del tema del film. Che è quello della realtà dei 40 milioni (pari al 12 per cento della popolazione Usa) di afroamericani con 10 milioni di loro che vivono al di sotto della soglia di povertà, quattro milioni sono disoccupati e un milione è in carcere. A peggiorare la situazione c'è il problema dei neri disarmati uccisi dalla polizia per errore, come dimostrano le decine di video che vediamo spesso sulla colonnina destra dei quotidiani on line.

«Il titolo del film - spiega il regista - proviene da uno spiritual di un paio di secoli fa. In quei luoghi le fiamme bruciano a fondo ma sono diverse per i bianchi e per i neri. La sensazione che ho avuto è di una tragedia esistenziale, di vivere letteralmente le pene dell'inferno in una situazione sociale irrisolta da sempre».

Quattro i protagonisti del film. La prima è Judy Hill, nata in una famiglia di musicisti a Tremé, il più antico quartiere nero di New Orleans, che riapre uno storico bar dove si incontrano e discutono della loro condizione. C'è poi il pedinamento dei due fratelli, Ronaldo (14 anni) e Titus (9 anni), che gironzolano per il quartiere ma, gli ordina la madre, devono rientrare a casa quando si accendono i lampioni, alle 19, perché nei giorni precedenti ci sono state dietro l'angolo due sparatorie con morti. Curiosa poi la parte su Chief Kevin, figura di rilievo nella comunità indiana in quanto leader della tribù delle Frecce ardenti e protagonista delle parate in costume della tradizione del Mardi Gras. Infine la parte un po' più discutibile, perché non è chiaro quanto sia numericamente rappresentativa, riguardante le Black Panther, il gruppo rivoluzionario nato a metà degli anni Sessanta. Il regista segue Krystal Muhammad, attuale capo del «Nuovo partito delle Pantere nere per l'autodifesa», che insieme a un gruppo ristretto di militanti in tenuta paramilitare organizza una marcia per le strade di Baton Rouge, in Louisiana, per protesta contro l'omicidio di Alton Sterling nel 2016 per mano della polizia al grido di «Black Power». Oppure conduce un'inchiesta parallela - viene evocato il sempre attivo Ku Klux Klan - sul linciaggio e la decapitazione di due giovani neri di Jackson, Mississipi, colpevoli di stare con donne bianche.

Naturalmente l'immersione di Minervini nella realtà che racconta è totale, tanto da finirne quasi travolto, letteralmente, come quando ha schivato dei proiettili: «Al di là del cinema, questa è vita, è cinema-vita. In quel frangente mi sono molto spaventato ma la cosa che mi ha più colpito è che per i nostri protagonisti, che convivono ogni giorno con la minaccia della violenza, tutto questo è normale».

Naturalmente il giudizio del regista sull'amministrazione di Trump è negativo anche se, ammette, i problemi vengono da lontano: «Molte cose, riguardo alla tolleranza e all'integrazione, sono cambiate in peggio, da Bush a Obama fino a Trump. La violenza istituzionalizzata è sempre esistita e il Ku Klux Klan era tanto caro al padre di Trump perché ne faceva parte. I numeri degli abusi delle amministrazioni sono costanti ma sono addirittura aumentati sotto Obama».