"Il mio rock alla Tarantino per osare ancora una volta"

Il cantautore torna con l'album «Black Cat», pieno di blues e di soul: «Ho seguito soltanto il mio istinto, senza regole»

Occhio a Zucchero: quando è calmo e rilassato come ieri vuol dire che ha appena registrato un gran disco. «A sessant'anni mi concedo il lusso di osare». In effetti Black cat, che esce oggi in tutto il mondo, è diverso dal precedente Chocabeck, più rhyhtm'n'blues e rock, ed è uno dei migliori dischi di una carriera fatta di dischi migliori. Tre produttori stellari (Don Was, Brendan O'Brien e il nuovo arrivato T Bone Burnett). Tre ospiti ultra stellari (Bono scrive Streets of Surrender, Mark Knopfler suona in quel brano e in Ci si arrende, Elvis Costello ospite nelle versione internazionale con Turn the world down). E un tour mondiale da superstar, fatto di Arena di Verona (dieci date dal 16 al 28 settembre firmate F&P), Olympia a Parigi (tre date), Royal Albert Hall a Londra (primo italiano ad avere lì due concerti consecutivi) e di concerti negli angoli più sperduti del mondo (una volta ha suonato pure in uno stadio di Tahiti). Insomma, non è un caso se il primo singolo Partigiano Reggiano è in cima ai brani più trasmessi dalle radio: magari Zucchero non fa il «piacione» ma fa dischi pieni di musica. Quella vera, zeppa di chitarre, organo e arrangiamenti complessi. E oggi, fateci caso, è merce sempre più rara.

Però, caro Zucchero, pochi si aspettavano un disco così blues.

«Beh, nel tour di Chocabeck ho suonato per la prima volta in posti come Nashville o Memphis, ho ascoltato suoni come quelli delle prison songs o come quelli delle catene schiaviste che diventano anche strumenti percussivi. Poi ho visto film come 12 anni schiavo o Django Unchained di Tarantino e ho capito che quello sarebbe stato il filo conduttore del nuovo disco. E difatti almeno tre brani parlano dei nuovi schiavi, che poi sono drammaticamente simili a quelli di metà Ottocento in America. Il mondo è sempre diviso tra troppo ricchi e troppo poveri».

Dice che questo è un disco «anarchico».

«Nel senso che mi sono sentito più libero. Non che prima avessi vincoli, anzi. Ma stavolta ho seguito il mio istinto».

Bono degli U2 l'ha seguito.

«Al concerto degli U2 a Torino volevo solo salutarlo ma lui mi ha poi invitato a cantare sul palco. Allora gli ho chiesto un brano e mi ha mandato il testo di Streets of Surrender (S.O.S). Mi sembrava troppo influenzato dai fatti del Bataclan ma poi mi sono reso conto che aveva una portata più generale».

Per di più ci suona anche Mark Knopfler, fondatore dei Dire Straits.

«Lo conosco da anni, sin da quando ci siamo incontrati agli Abbey Road Studios e di fianco a noi c'era Eric Clapton. Ho voluto la sua chitarra dobro perché la suona in modo unico».

Zucchero, anche lei usa le parole in modo inusuale. A proposito, in Partigiano reggiano c'è il sostantivo «slempito» che pochi conoscono.

«È il neologismo di un cantastorie della Lunigiana, una forma dialettale come a dire coraggio. L'ho ascoltato a una sagra e gli ho chiesto: Ma che cosa vuol dire?».

E che cosa vuol dire Partigiano Reggiano? Un elogio alla Resistenza o un invito ad avere nuove passioni?

«Sono nato in una zona rossa e il mio ricordo dei partigiani è romantico. Poi, certo, erano in tempi di guerra e in guerra talvolta si sbaglia. Ma la mia canzone è una sorta di scossa. Vorrei che oggi ci fossero dei piccoli partigiani, nel senso di boy scout senza armi ma con tanti ideali e soprattutto coesi».

Perché?

«Perché i giovani oggi sono sparpagliati, non hanno un filo conduttore o magari si accontentano della vita che si ritrovano a vivere. Ecco, a me piacerebbe essere lo zio di questi giovani che dovrebbero fare muro contro le prospettive che tolgono loro qualsiasi futuro».

Oggi si pensa molto spesso al passato. A proposito: il concerto dei Rolling Stones ha sancito la fine dell'isolamento di Cuba.

«Sono un loro grande fan ma mi viene da dire: adesso è comodo. Quando sono andato io, c'era l'embargo e abbiamo dovuto spedire il palco via nave. Là non c'era nulla, manco i cessi».

In scaletta c'è un brano che si intitola 13 buone ragioni. Per fare cosa?

«Quando penso a qualcosa che mi ha fatto davvero incazzare, penso al mio primo matrimonio, quando lottavo per emergere ma non ero capito. Ecco, questo è l'elenco di tredici buone ragioni per preferire a lei una birra e un panino con il salame».