«Il mio ruolo migliore? Sembrare una italiana»

Regale e altera? O rivoluzionaria ed estroversa? O spiantata, invece, e magari depressa? Che sia Maria Josè, o Coco Chanel, o la nevrotica paziente de La bellezza del somaro, Barbora Bobulova sa rendersi ogni volta diversa. E pirandellianamente irriconoscibile. «Quando la gente mi incontra per strada non capisce mai chi sono. Il che per un’attrice, non è esattamente il massimo. Ma è proprio quanto voglio io». Non stupirà, quindi, trovarla ancora una volta diversa in Come un delfino: la fiction diretta da Stefano Reali, in onda martedì e mercoledì su Canale 5, al fianco di Raoul Bova, la propone stavolta negli insoliti panni di un giudice del tribunale dei minori. Inflessibile e rigorosa. O invece umana e cedevole?
«Un po’ tutte e due le cose. Ma non per giocare, come al solito, a mimetizzarmi: è proprio il personaggio ad avere queste diverse sfaccettature, solo apparentemente contrapposte».
Solo apparentemente?
«Come un delfino è la storia di un ex campione di nuoto - Raoul Bova - che ha dovuto interrompere la carriera sportiva per disturbi al cuore. Depresso e demotivato ritroverà se stesso quando, su suggerimento dell’amico prete, Ricky Memphis, metterà il proprio talento al servizio di un gruppo di ragazzi sbandati. Io interpreto il giudice che, con indispensabile energia e intransigenza, ha dovuto occuparsi di questi giovani. Finché lei stessa capirà che nella vita non si può essere tagliati con l’accetta. E perfino un giudice deve saper interpretare la legge, con buon senso e con passione. E forse, all’occorrenza, chiudere un occhio».
Si dice che al di là di quella artistica, «Come un delfino» abbia rappresentato una particolare esperienza umana.
«Sì. Raoul Bova ha voluto che la fiction parlasse di un metodo rieducativo attraverso il nuoto che esiste realmente, e che lui voleva si conoscesse. Raoul è fatto così. Lui, al contrario di me, è molto simile ai migliori dei suoi personaggi. E’ chiaro, diretto, leale: ha la consapevolezza d’essere - come tutti noi attori - un privilegiato. Sente l’obbligo di utilizzare la sua fama anche a scopi sociali».
E lei? Perché assomiglia così poco ai suoi personaggi?
«Perché mi diverto solo se riesco a camuffarmi dietro di loro, per questo cambio così spesso colore di capelli, e non adotto mai lo stesso look. Come attrice voglio vivere solo quando sono personaggio».
Se non fosse per il nome, molti non sospetterebbero nemmeno che lei è slovacca invece che italiana...
«Questo è il camuffamento che mi sta riuscendo meglio. Sì: qualcosa del mio accento originale ancora s’avverte. Ma credo di sembrare realmente italiana. Forse il mio ruolo migliore».
Dicono che la Bobulova sia metodica, rigorosa, stakanovista. E incontentabile.
«Oddio: detto così sembro un mostro. Ma cerco solo di fare il mio mestiere al meglio».
Pare che la perenne insoddisfazione le renda insopportabili anche eventuali - in quanto rari - flop.
«Dipende da cosa si intende per flop. Ci sono film o fiction che ho amato moltissimo, che mi hanno dato tanto, e sul piano umano e professionale hanno rappresentato un incontro importante o uno snodo decisivo della mia vita, ma che magari hanno ottenuto incassi o ascolti mediocri. Posso considerarli un fallimento? Cuore sacro di Ozpetek, ad esempio. Al botteghino non andò benissimo; ma a me procurò ottime recensioni e un David di Donatello. E questo sarebbe un flop?».
Eppure, nonostante tutto, al suo perfezionismo qualcosa ancora sfugge: la commedia.
«È vero. A parte un paio di casi (come in La bellezza del somaro, l’ultimo film di Sergio Castellitto) vengo sempre chiamata per ruoli drammatici. Al solito tutta colpa della mia ansia di perfezionismo: in un ruolo devo sentirmi assolutamente a mio agio. E le parti comiche - si sa - sono assai più disagevoli di quelle serie. Ora mi appresto a un altro ruolo drammatico nella serie Rai dedicata alla violenza sulle donne».