"Il mio Underwood è così cinico grazie a Shakespeare"

Il protagonista di "House of Cards" riflette sulla fortunata serie: "Mi ispiro al Riccardo III. Spesso mi chiedo se non superiamo i limiti"

dal nostro inviato a Parigi

Insomma lo capisci subito: Kevin Spacey è una rarità. È un grande attore protagonista e non protagonista allo stesso tempo, capita poche volte. Ad esempio qui alla Cité du Cinéma arriva vestito stile travet dell'ufficio catasto (un drammatico completo cremisi con tanto di sneakers) ma poi parla da premio Oscar (non a caso ne ha presi due, da non protagonista in Soliti sospetti e da protagonista in American Beauty). E parla da mattatore, eccome se parla del suo personaggio Frank Underwood, ormai il prototipo dell'uomo di potere senza mezze misure, protagonista della serie più discussa e cliccata del momento, House of Cards, canovaccio esemplare di cinismo e ragion di stato nella Washington dei democratici americani. In questo momento, a ben vedere, è speculare alla realtà, visto che negli States va in scena una campagna presidenziale cinica e spettacolare. Lui, furbo e istrione, prima nicchia, poi sorride e subito dopo sorridiamo tutti: «Tranquilli, Frank non corre per la Casa Bianca, lui è solo fiction».

Vuol dire che i veri candidati sono tutti concreti?

«No, anche alcuni di loro sono fittizi».

Ma cosa pensano i sostenitori e i politici democratici del democratico Underwood?

«Qualcuno dice che è troppo esagerato, ma qualcun altro ammette che è vicino alla realtà. Però piace sia ai dem che ai repubblicani».

La serie è prodotta da Netflix ma in Italia viene trasmessa su Sky Atlantic. Un caso più unico che raro (oltre che incomprensibile).

«A suo tempo abbiamo presentato l'idea a tanti canali tv e tutti ci chiedevano di registrare un episodio pilota prima di decidere. Netflix ci ha chiesto subito "quante puntate ne volete registrare?».

Ora va in onda la quarta stagione, e la quinta?

«A inizio 2017».

Per la prima volta non ci lavorerà l'ideatore Beau Willemon.

«Ma gli sceneggiatori sono gli stessi e non cambierà nulla. Anzi, tra poco inizieremo a girare le nuove puntate».

Non crede che qualche volta la trama sia troppo cinica, quasi farsesca?

«Talvolta, dopo aver girato alcune scene mi chiedo: Ma avremo superato il Rubicone? Abbiamo inciso qualcosa di troppo folle?. Poi guardo il Tg e capisco che non è così: la realtà ci supera ancora».

E il pubblico come reagisce?

«Qualcuno è felice di amarlo Frank, qualcun altro ha paura di apprezzarlo. House of Cards esce contemporaneamente in tutto il mondo ed è curioso vedere quanto diversamente reagisca il pubblico. Non per nulla è la prima a esser diventata super famosa senza essere nata in tv. Ha cambiato il rapporto tra lo spettatore e gli attori».

Appunto, quali altri Frank Underwood ci sono stati nella storia?

«Quello cui mi ispiro è il Riccardo III di Shakespeare che ho portato in teatro a Londra. È stata quella esperienza a far diventare Frank un personaggio molto globale. Il teatro aiuta a diventare un attore migliore. È come giocare a tennis: il gioco è sempre quello ma ogni volta che lo giochi diventi più bravo».

Prima di House of Cards era già una superstar. Frank Underwood l'ha fatto diventare più famoso?

«Beh prima della serie ero andato a girare un film in Cina con un attore celebre laggiù. La gente mi scambiava per il suo autista. Sono tornato dopo House of Cards e c'era una quantità enorme di persone ad aspettarmi».

Scusi ma la Cina autorizza la visione di una serie così spietata verso la politica?

«Mah, magari la presentano come un programma contro la corruzione dei politici...».