Miracolo, il cinema ha ritrovato le fede. Fra scandalo e mistica

Un numero della rivista «8 1/2» sulla religione in sala. Con le opere di Fasulo, Zanasi e Frosi

Certo, oggi non c'è più un Ermanno Olmi che faceva dire al protagonista del suo Centochiodi (2007) che «le religioni non hanno mai salvato il mondo» e che nel giorno del Giudizio sarà Dio che «dovrà rendere conto delle sofferenze che ha provocato agli uomini». Eresie di un cattolico profondo dell'altopiano di Asiago recentemente flagellato dalla natura, a sua volta violentata dalla Grande Guerra cento anni fa? «Non proprio» scrive Gianni Canova nell'introduzione al lungo e documentato dossier Sacro, laico o profano? Il cinema italiano e la religiosità, ospitato sul nuovo numero della rivista 8 1/\2 realizzata da Istituto Luce-Cinecittà e da lui diretta. Olmi, soprattutto nell'ultimo periodo, si è posto domande ingenue (nel significato etimologico di persona nata libera) che toccano nel profondo ogni persona divisa tra una fede sentita e una, più spesso, presa andando a dottrina, come cantava Luca Carboni. Insomma, quella di Olmi era l'inquietudine di un credente che, come Carlo Bo, riteneva che il consenso senza sofferenza dato a Dio era un modo per non rispondergli veramente.

Proprio in questo interstizio della fede si sono mosse spesso quelle che sono state considerate eresie dalla Chiesa Cattolica. Ed è certamente un dato da tenere in considerazione, molto più della semplice coincidenza, il fatto che in questi giorni stiano girando per le sale ben tre film che trattano temi religiosi in maniera molto profonda, come non si vedeva da tempo al cinema (in tv ci sono state le serie The Young Pope di Paolo Sorrentino e Il miracolo di Niccolò Ammanniti). Senza dimenticare manifestazioni storiche legate al dialogo interreligioso come il Tertio Millennio Film Fest, la cui 22ª edizione, organizzata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo espressione della Cei, si svolgerà a Roma dall'11 al 15 dicembre e ruoterà intorno al tema «I giorni della rivolta. Guerra, rivoluzione e riscatto» (da segnalare, a proposito di Olmi, l'omaggio al regista scomparso con la proiezione del suo mediometraggio La cotta).

Tornando ai film, si tratta di tre opere eterogenee, accomunate però da un sentimento di inquietudine interrogativa verso le imposizioni. Menocchio di Alberto Fasulo, in concorso quest'estate al festival di Locarno, ripercorre le vicende, alla fine del 1500, dell'omonimo vecchio e cocciuto mugnaio autodidatta (interpretato con un'adesione fuori dall'ordinario da Marcello Martini che non viene mollato un attimo dalla macchina da presa, come accadeva al protagonista del precedente film del regista friulano, Tir) in un piccolo villaggio tra i monti del Friuli che vede Dio in ogni cosa e si pone allo stesso livello del vescovo, degli inquisitori e del Papa. Per lui l'abiura sarà la punizione più tremenda, perché significherà rinnegare la comunità stessa che ha creduto nelle sue idee. Ma il braccio violento dell'Inquisizione era anche questo: riportare l'ordine dove lo scandalo era una pietra d'inciampo inaudita per la Chiesa.

Di questo racconta L'abbandono di Ugo Frosi (regista del notevole film sugli ultimi giorni di Giovanni Gentile, L'ospite) che ripercorre, con straordinario rigore formale, le vicende di suor Irene che nella seconda metà del XVIII secolo sconvolse un intero monastero. A indagare sulle voci di scandalo e di eresia arriva un giovane vicario del vescovo che si troverà di fronte una donna enigmatica e seducente, pronta a negare ogni dogma e ogni morale corrente, la cui forza atavica lo porterà persino a dubitare della propria fede. Si scontrano così, ancora una volta, la natura del potere temporale della Chiesa e il desiderio insopprimibile di libertà dell'essere umano.

Una dialettica che muove la protagonista di Troppa grazia di Gianni Zanasi. Lucia, interpretata da un'inedita Alba Rohrwacher più vicina che mai ai toni della commedia (dell'arte della vita), è una geometra che tra mille difficoltà economiche e sentimentali, per paura di perdere l'incarico che le ha affidato il Comune chiude un occhio sulle misure volutamente sballate delle mappe catastali di un terreno che ospiterà una colata di cemento. Ma sarà l'elemento soprannaturale dell'incontro, sul terreno incriminato, con la Madonna (l'attrice israeliana Hadas Yaron) a riportarla paradossalmente sulla terra e a farle prendere la giusta decisione. Non senza prima essersi scontrata, anche fisicamente, in una memorabile sequenza, con la Madonna, indispettita dalla risposta al suo comandamento: «Vai dagli uomini e di' loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa...». «Ma vacci tu», le dice Lucia nel modo più naturale possibile. Sembra un'annotazione unicamente ironica, e infatti lo spettatore è portato subito a un sorriso, ma è anche una pietra tombale su qualsiasi principio di autorità in nome del primato della ragione. Non solo in religione ma, sembra suggerirci il cinema, anche in politica e nella vita. Ieri come oggi.

Commenti
Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Sab, 24/11/2018 - 13:26

Non so se siamo di fronte ad un cambiamento del cinema italiano. Per la verità le prime due storie sono di secoli fa e (mi sembra, visto che parlo solo sui cenni della trama che leggo nell'articolo) ripropongono il conflitto, già visto e rivisto in tanta altra cinematografia italiana e no, tra 'cristianesimo della base' e 'cristianesimo della gerarchia'. L'altra pellicola mi pare salvabile solo, appunto, per la bella risposta "Ma vacci tu", dato che di santuari ne abbiamo anche troppi! Però non credo che sia un segno nuovo del cinema italiano. Se rimaniamo nel conflitto che ho menzionato sopra, magari, di film ce ne saranno ancora tanti. Ma se parliamo di senso del 'sacro' e del Dio che unisce, non credo che noi ci spingeremo mai al di là del decorativismo di 'Fratello sole sorella luna'! Belli i western di Leone, ma John Ford, anche se non lo dà a vedere, crede in Dio!