Miska Ruggeri, il «reazionario» che vuole un liceo d'élite

Felice Modica

Non ingannino l'aria scanzonata e la faccia da bravo ragazzo, Miska Ruggeri è uno tosto. Oggi giornalista culturale, nasce filologo classico (ha pubblicato, tra l'altro, la biografia di Apollonio di Tiana e lo studio dei frammenti etnografici di Posidonio) ed è stato allievo prediletto di un monumento come Domenico Musti. Ora esce con il coraggioso pamphlet Giù le mani dal Liceo Classico. Un manifesto reazionario (La Vita Felice, pagg. 52, euro 6; prefazione di Massimo Fini). Il volumetto probabilmente, nella prima stesura, redatto a mano con penna d'oca nasce come risposta al pamphlet di un collega, altrettanto dotto ma molto più à la page: Maurizio Bettini, autore di A che servono i Greci e i Romani? (Einaudi).

In sintesi, come nota Fini nella prefazione, i due sono d'accordo nella sostanza, ma in disaccordo sul metodo. Entrambi auspicano il recupero di greco e latino nella scuola. Bettini però sostiene la necessità di attualizzare i testi antichi in modo da renderli più interessanti per i ragazzi; Ruggeri, solo a sentir parlare di rinnovamento nell'insegnamento delle materie classiche, gli viene la bava alla bocca. La sua tesi è antimodernista, politicamente scorretta e impopolare. La si può riassumere così. La distruzione della scuola italiana parte dal dopoguerra, con tutto il susseguirsi di riforme contraddittorie e dannose che l'hanno caratterizzata, trascurando che qualsiasi riforma della scuola dovrebbe essere pensata a lungo termine, per molte generazioni. Come era la riforma di Giovanni Gentile, che si proponeva, con l'istituzione del Liceo Classico, di formare la nuova classe dirigente italiana. L'obiettivo fu centrato e la riforma rimase in piedi per decenni. Allora, dice Ruggeri, il vero progresso può essere un passo indietro, riappropriarsi di ciò che si è perduto. Torniamo quindi al «buon vecchio Liceo» di gentiliana memoria, «severo e aristocratico nel senso etimologico della parola». Più greco e latino, più letteratura italiana, storia, geografia, filosofia, storia dell'arte; un po' di matematica, fisica e scienze naturali. Niente diritto, economia, teatro, danza, cinema e roba del genere. Niente inglese e informatica ché tanto si imparano fuori dalla scuola. Torniamo a un'istruzione teorico-formale, che insegni contenuti astratti con studio mnemonico a casa, come la morfosintassi latina e greca, che privilegi le conoscenze rispetto alle cosiddette «competenze per la vita». Insomma, un'educazione d'élite.

Perché scrive Miska «se non sei portato per lo studio, trovati un altro obiettivo!». Non ha torto, ma dov'è la classe politica italiana disposta a riconoscere le sue ragioni?