Modà e Malika Ayane I candidati alla vittoria tirano fuori le ugole

nostro inviato a Sanremo

In fondo non avrebbe potuto che toccare a loro, ai Modà. Hanno iniziato la seconda serata, si sono messi in gara nonostante siano al massimo del successo dimostrando di non aver paura. Perciò quando sono arrivati in scena, mostravano l'esperienza di chi è allenato ai grandi eventi (da autori o da concorrenti è il loro terzo Sanremo consecutivo). E hanno srotolato due canzoni stilisticamente omogenee, molto mid tempo, per nulla rock, con molte escursioni vocali e con un testo (Come l'acqua dentro il mare) che il cantante Kekko Silvestre ha dedicato alla figlia appena nata. Comunque vada, sono già due classici per il loro pezzo forte: i concerti. E si sono dimostrati fortissimi candidati alla vittoria finale (è passato il brano Se si potesse non morire). Di certo anche la cantante salita in scena subito dopo, quella Malika Ayane “customizzata” da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro (autore sia di Niente che di E se poi, premiata dal voto) ha fatto capire che sa tenere in pugno qualsiasi pubblico, compreso quello complicato dell'Ariston. Dovendo scegliere, meglio la prima della seconda.
Viceversa invece Simone Cristicchi. La ballata d'amore vecchio stile di Mi manchi (bocciata) è meno d'impatto della dantesca (nel senso di Dante Alighieri) La prima volta (che sono morto), immaginario, sarcastico e disilluso viaggio in un aldilà popolato da Pertini, Pasolini e nonni partigiani. È il “Cristicchi style” a tutto tondo, probabilmente uno dei brani che meglio vestono questo artista romano ed eclettico, troppo spesso sottovalutato. Anche gli Almamegretta di Raiz hanno sorpreso. In due modi diversi. Intanto portando un brano scritto da un autore a occhio e croce distante dalla loro cifra stilistica, Federico Zampaglione dei Tiromancino. La sua Onda che vai (bocciata da sala stampa e televoto) è molto meno “forte” del reggae di Mamma non lo sa e, si potrebbe dire, anche poco compatibile con la voce profonda di Raiz. Invece Max Gazzè si è confermato sui suoi soliti standard: creativo di una creatività talvolta di nicchia ma pur sempre capace di calamitare pubblico. E la sua I tuoi maledettissimi impegni potrebbe diventare un “tormentone social” visto che parla della difficoltà di convivere con una donna che dedica quasi tutto il proprio tempo al lavoro. Un tema decisamente attuale, forse il più attuale di tutto il Festival: ma non lo sentiremo più perché il pubblico a preferito Sotto Casa. E se i cantautori della “nuova scuola”, che poi sono ultraquarantenni finora schiacciati dai “vecchi” pionieri, si concentrano come sempre sui testi più che sugli spartiti, Annalisa ha invece dato dimostrazione di bel canto (proseguirà la corsa con Scintille). Appassionata ed elegante ha passato la prova aprendo di fatto la sua seconda carriera dopo quella legata al talent Amici: è una delle candidate alla vittoria ma non importa quale sarà il risultato. Aveva bisogno di Sanremo, se non altro per superare i soliti pregiudizi (di tanta critica).
Quelli che invece avrebbero potuto farne a meno perché sono famosissimi ma lo hanno affrontato da fuoriclasse sono Elio e le Storie Tese: due brani fortissimi pieni di riferimenti a tutto tondo (da Jobim ai comunisti). Bello Dannati forever ma davvero memorabile La canzone mononota, oltretutto estremamente impegnativa da suonare (e cantare) dal vivo. Insomma, la seconda serata forse ha avuto un peso specifico artistico e “commerciale” più grande della prima. E quando Roberto Giacobbo ha annunciato il titolo della canzone sopravvissuta degli Elii (ultimo di tutti i “proclamatori”: Eleonora Pedron, Neri Marcorè, Jessica Rossi, Filippa Lagerback, le atlete nazionali di fioretto e Carlo Cracco) si è toccato il picco di ironia surreale in una serata per fortuna più piena di musica che di parole (politiche).