Molto vero e poco cinico: non poteva piacere alla gente che piace

T ra gli scrittori nati dopo il 1950, chi conosce James T. Farrell (1904-1979) lo considera solitamente un «realista arrancante» che ha scritto molti romanzi noiosi e pieni di fatti, oramai morti e sepolti proprio come lui. Invece, per gli scrittori nati tra il 1925 e il 1935, il solo nome di James T. Farrell fa risuonare le corde sentimentali della giovinezza. Essere giovani e leggere il primo romanzo di Farrell, Studs Lonigan! Fa fremere di euforia e meraviglia. Com'era possibile che qualcun altro capisse così bene i tuoi inesprimibili sentimenti? Pubblicati tra il 1932 e il 1935, i romanzi della trilogia di Studs Lonigan sono il resoconto la parola racconto implica più trama di quanta ce ne sia di come sia crescere in un quartiere irlandese-cattolico di ceto medio-basso a Chicago, come quello in cui lo stesso Farrell era cresciuto. Farrell ha avuto il buon senso di non creare un personaggio identico a sé, bensì di descrivere quel tipo di ragazzino duro e sfrontato che probabilmente aveva reso i suoi anni di scuola un inferno, chiamandolo «fesso» e tirandogli il cappello giù sugli occhi e gli occhiali e così via. Attraverso un flusso di coscienza joyciano Farrell ci porta sotto la corazza che Studs cerca di tenere indosso più che può e ci mostra la tenerezza, l'amore e il senso della bellezza che il quattordicenne farà di tutto per tenere nascosti agli occhi del mondo ovvero a quelli dei suoi coetanei del quartiere.

Per me, la parte IV del Capitolo 4 del primo romanzo (quella che potete leggere in questa pagina, ndr) è una delle poche riflessioni sublimi su come ci si sente quando si è innamorati che si trovano in letteratura. È così che Studs entra nel bozzolo dell'amore perfetto, sublime. Un secolo di psicologi e neuroscienziati fermi nel loro razionalismo per non parlare del gruppo di amici adolescenti di Studs che devono essere duri, e quindi devono essere sessuali, e quindi devono essere assolutamente cinici, ci hanno insegnato che questi momenti «sublimi» non sono altro che brezze subliminali sulla strada per quell'unico obiettivo, che non è di certo più nobile di quello dei cani al parco, ovvero per essere espliciti il vecchio su e giù. Non mi viene in mente un altro romanziere americano che abbia mai tratteggiato questa linea in maniera più brillante di James T. Farrell.

Se questo è «realismo arrancante», lasciamo che tutti i romanzieri americani comincino ad arrancare alla maniera di Studs, affinché il romanzo americano non si schianti al suolo e muoia, come sembra ormai sua abitudine fare.