Morte, ossessione e drammi familiari La famiglia vista da Lucrezia Lerro

In «Più lontano di così» la scrittrice mette in scena una vicenda torbida

Stefania Vitulli

Lucrezia Lerro ha un talento particolare nell'indagine delle ossessioni. Non potrebbe essere diversamente visto che oltre che scrittrice è anche psicologa. Tuttavia una volta comprese, anche a fondo, le ossessioni sono inutili per uno scrittore se non si sposano con le emozioni, con le passioni, con la poesia. In questo ultimo romanzo, Più lontano di così (La nave di Teseo, pagg. 208, euro 17), la Lerro si trova dunque precisamente a proprio agio: l'ossessione è quella per un atto criminale, realmente accaduto, l'uccisione di un uomo, a sangue freddo, con cinque colpi di pistola, da parte di una donna. L'uomo, Luigi, era giovane, giovanissimo, solo diciannove anni. L'assassina, Francesca, era arrivata a Roma «il 3 dicembre 1951 con la pistola del marito, con cinque colpi inesplosi in canna pronta a freddare quel ragazzo, determinata a cancellarlo, senza lettere né preavvisi». Quel ragazzo l'amava follemente, anche se al paese aveva una fidanzata, Barbara, a cui aveva donato una sua foto con dedica e scritto decine di lettere. Con Francesca Rilo però, la bella zia acquisita, Luigi aveva forse scoperto l'amore carnale e si era così esposto alla vendetta familiare: perché Francesca ha sposato un maresciallo, che lo ritiene uno scostumato, permaloso fino all'eccesso, senza voglia di lavorare, da rispedire al paese.

Ecco i contorni della vicenda torbida e che affonda le sue radici in un passato così lontano da incantare la mente di Angela, la nipote di Luigi, ossessionata fin da bambina dalla morte di quel ragazzo cui sono legati troppi dei segreti che la sua famiglia ha tenuto nascosti per mezzo secolo: «È stata soprattutto la tua fine tragica a ossessionarmi, e anche gli insulti di tua madre ritornano nei pensieri come un'onda, quando ero ragazza mi ripeteva: È morto Luigi. Preparatelo il vestito, se un giorno tu dovessi partire da qua rischi di fare la sua fine». Angela e Luigi si ritrovano affratellati dalla stessa pressione sociale, dalle stesse origini all'apparenza grette, dalle stesse ristrettezze educative e dalla stessa voglia di mostrare una identità indipendente alla famiglia claustrofilica, sessista e violenta cui appartengono. «È stato il branco dei parenti a ucciderlo? Francesca ha sparato i colpi di pistola ma avevano deciso gli uomini di casa la fine che avrebbe dovuto fare l'ultimo arrivato dal paese, per ripulire l'immagine della loro troiaccia?».

Se alla fine importa quale sia la verità perché il romanzo è anche un thriller psicologico e non solo uno scavo in profondità nelle conseguenze di una mala educaciòn non è solo per far riposare in pace i morti, ma per dare a questa vita amare un senso che vada oltre le convenzioni da rispettare. Nonostante siano pericolose, sono anche le ossessioni, come quella che sia Angela che Luigi che la Lerro hanno per la scrittura che riporta in vita, a rendere sopportabile e comprensibile persino il Male.