È morto a Genova Giovanni Battista, l'ultimo degli Ansaldo

Francesco PerfettiChe Giovanni Ansaldo, il più grande dei giornalisti italiani del secolo XX, nutrisse una preferenza per il primogenito Giovanni Battista è indubbio e traspare dai diari che registrano alcuni episodi con orgoglio paterno. C'è, per esempio, una pagina che mostra Baciccino, il quale, prima di compiere un anno, ha già «imparato a fare il saluto»: messo in piedi «in un certo modo» solleva il braccio e, all'ordine, «agita la mano come per un saluto se non proprio romano, romanesco». Molti anni dopo, non più «giornalista di Ciano», rientrato dalla prigionia e costretto a collaborazioni sotto pseudonimo, Ansaldo dedicò al suo Bacci altre notazioni gustose ma sempre affettuose. Una volta si trovò fra le mani un suo «compituccio di latino in un modo che non ammetteva correzioni di lapis blu o rosse, ma soltanto pedate» e decise di scrivere un libro, con lo pseudonimo Michele Fornaciari, dal titolo Latinorum. Guida pratica per i padri dei ragazzi che studiano il latino. A quell'epoca, Giovanni Battista era «cresciuto molto» e aveva «begli occhi». Eccone il ritratto del padre: «Spiritualmente è distratto, sbadato, disordinato, fondamentalmente pigro. Ha una certa vivacità di fantasia che gli fa pronunciare giudizi stranamente analoghi a quegli degli Ansaldo vecchio stile». Descrizione efficace, ma non so quanto corrispondente al vero.A me, che lo conobbi durante gli anni di insegnamento genovese e ne divenni amico, Giovanni Battista Ansaldo, parve tutt'altro che sbadato e per nulla pigro. Egli, scomparso nei giorni scorsi al termine di una lunga malattia, si era ritagliato il ruolo di custode dell'archivio e della memoria paterna e svolgeva questo compito con una dedizione ammirevole. Il padre aveva pubblicato in vita pochi libri, dei quali il più noto è la biografia di Giolitti, Il ministro della buona vita, scritta per far da contraltare (e che contraltare!) al troppo lodato pamphlet di Gaetano Salvemini dal titolo Il ministro della malavita. Ordinato con cura meticolosa l'archivio del padre, Giovanni Battista ne fece pubblicare i diari, che rappresentano un documento imprescindibile per la conoscenza dell'Italia culturale e politica del Novecento, e molti volumi che raccolgono, tematicamente, tanti suoi articoli. Si potrebbe dire che Baciccia così lo chiamavano parenti ed amici fu davvero il «coautore» di tutte queste pubblicazioni. Anche se riservato e alieno da ogni ribalta pubblica, Bacci era molto popolare: quasi una «istituzione», non solo per il fatto di portare il nome di una grande dinastia genovese, ma anche per la generosità e le qualità umane. Amava la sua città ma, con una carica di ironico scetticismo, gli piaceva parlarne male. A me, che, giunto a Genova, me ne ero innamorato, diceva di non capirne il motivo. Ma, sotto sotto, si percepiva che l'apprezzamento di un «foresto» gli faceva piacere. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile presso quanti ebbero modo di conoscerlo, frequentarlo, apprezzarne la cultura, l'ironia e l'umanità.