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Naturalmente bisognerà attendere la fine della Mostra per capire se quattro film italiani in concorso (oggi tocca al primo: Özpetek) sono troppi, frutto di un riflesso «autarchico» o «patriottico». Certo non è una novità. A proposito della presenza italiana in competizione, Lietta Tornabuoni scrive invece: «Non era mai successo alla Mostra di Venezia, tranne che durante il fascismo». Al contrario, senza riandare all’edizione 1960 di Emilio Lonero citata ieri da Kezich sul «Corriere» (Visconti, Maselli, Pietrangeli e Vancini, 4 italiani su 14 titoli in tutto), è successo spesso di recente. Con Biraghi e Pontecorvo direttori, pure con il torinese Barbera. Nel 2000 erano in lizza «I centopassi» di Giordana, «Denti» di Salvatores, «Il partigiano Johnny» di Chiesa, «La lingua del santo» di Mazzacurati. Allora nessuno protestò, parlando di «indebita ingerenza». Sarà perché al ministero c’era Giovanna Melandri?
COPPIE. «Questi sono i divi, altro che i vostri!», è esplosa Natalia Aspesi, rivolta a un gruppetto di cinefili, un attimo prima che si facesse buio in Sala Grande per «Valentino. The last emperor» (nel frattempo, per scherzo, il critico Valerio Caprara aveva urlato: «Müller veste Yamamoto»). In effetti, il mitico couturier è sbarcato a Venezia con tutti gli onori, più applaudito di George Clooney e Brad Pitt, insieme ai suoi cinque famosi cani carlini che zompettano per tutto il film (un inserviente è addetto a lavarne i denti). In un tripudio di «divino», «adoro», «pazzesco», Valentino e lo storico socio-amico-amante Giancarlo Giammetti si celebrano con una punta di autoironia, impedendo che il culto di sé dilaghi sullo schermo. Certo, quando il grande stilista grida isterico che «la gente deve stare in ginocchio di fronte a me» forse esagera un po’, finendo col surclassare la parodia che ne fa Dario Ballantini. Ma quei due signori agé, capaci ancora di scambiarsi delle tenerezze dopo tanti anni di ménage, fanno simpatia. Per Dagospia sembra «Il vizietto 3». Magari è perfetto per il Queer Lion Award (miglior film con tematiche omosessuali) che sarà attribuito a fine Mostra dalla giuria pilotata da Tinto Brass.
STELLE E STRISCE. Tutti chiedono più America alla Mostra, Müller replica che ne n’è tanta, più che in passato. Nel frattempo «Il Gazzettino» s’è accorto, su segnalazione di un lettore, che tra le bandiere sventolanti sul tetto del Palazzo del cinema, mancava, fino a mercoledì mattina, proprio quella a stelle e strisce. Ora garrisce al vento, ma la dimenticanza significherà qualcosa?
GHEZZI. Su «l’Unità» Ghezzi stronca così «Burn after reading»: «Che ci importa del filmetto del cinemino smart dei cohen tanto intelligenti?». Cohen in minuscolo, però si chiamano Coen.

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