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Tutti con Giovannino Guareschi: chi poteva immaginarlo? Come sapete, «l'ipotesi di restauro della versione originale» ad opera della Cineteca di Bologna ha provocato un discreto putiferio, perché di La rabbia, infelice film di montaggio del 1963, s'è allungata la parte del «progressista» Pasolini, recuperando 16 minuti inediti, e s'è cassata quella del «razzista» Guareschi. Dopo le dimissioni di Giuseppe Bertolucci dal comitato per il centenario della nascita di Guareschi, la Cineteca ha emesso un ennesimo comunicato, sostenendo che «trasformare questa complessa e articolata attività di recupero in un tentativo censorio è una pura strumentalizzazione che travisa e umilia il senso delle cose». Sarà. Il bello è che le perplessità arrivano ora da sinistra. Su Ciak in Mostra il pungente Stefano Disegni ritrae Bertolucci alla maniera di Lenin che arringa la folla, con tanto di ditino e bandiera rossa alle spalle. Urla: «Vi spiego». Domanda retorica del satirico: «Continuiamo così, facciamoci del male. Se Guareschi aveva scritto tante stronzate la gente non se ne poteva accorgere da sola? O il vecchio vizietto spocchiosetto di decidere “in nome del popolo” noi di sinistra non riusciamo a perderlo?». Raddoppia, a sorpresa, Roberto Silvestri sul manifesto. «Persona di grande spirito, intellettuale anticonformista, penna acuminata, uno che pagava per le sue idee col carcere piuttosto che cambiarle (…), Giovannino Guareschi sarà stato anche razzista, a tratti, in alcuni passaggi della sua opera. Nessuno è perfetto, ma non più o meno di alcuni passaggi criticabili di Pasolini». Accidenti!
PREALPINA. S’intende, ogni scarrafone è bello agli occhi di mammà. Normale che i giornali locali puntino sulle «celebrity» locali, ma occhio al ridicolo. Recensendo Un giorno perfetto, La Prealpina annuncia: «Elisabetta Pellini segretaria di Ozpetek». Che vorrà dire? L’attrice varesina recita una particina nel film, fa la segretaria del deputato sui carboni ardenti, neanche un minuto in tutto. Ma tanto basta per finire sul titolo.
INNAFFIATORI. La sigla della Mostra sarà pure frutto di un’idea del maestro Ermanno Olmi, ma non vi dico i commenti del pubblico. Partendo da una sequenza di L’arroseur arrosé (L’innaffiatore innaffiato) dei fratelli Lumière, due ex allievi del Centro sperimentale, Pietro Cicciotti e Harold Pizzinini, immaginano un seguito, a suggerire l’evoluzione tecnica del colore e del formato nella storia del cinema. Tuttavia i due personaggi originari della farsa, «rifatti» oggi da una coppia di attori, sfoderano un bizzarro côté omosex, mentre le letterine dell’alfabeto che escono come acqua dal tubo, a comporre la scritta Mostra del cinema, be’, avrete capito a cosa fanno pensare...

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