Una Mostra che non ha saputo scegliere

Con quattro film in concorso l'Italia esce come la grande sconfitta di Venezia

da Venezia

La guida, evidentemente ferma, del messicano Alfonso Cuaròn nella sua veste di presidente della giuria, ha consegnato al venezuelano Desde Allà , di Lorenzo Vigas, e all'argentino El Clan , di Pablo Trapero, i Leoni d'oro e d'argento (miglior film e miglior regia) di questa 72° edizione della Mostra del Cinema. Il Premio speciale è andato al turco Ablukas ( Follia ), di Emin Alper, che se lo merita, ma deve anche dire grazie alla presenza di peso fra i giurati del connazionale Muri Bulge Ceylan, Palma d'oro a Cannes lo scorso anno, mentre il Gran Premio a Anomalisa , degli americani Charlie Kaufman e Duke Johnson, unico film d'animazione in concorso, segnala soprattutto la sua anomalia rispetto alle altre pellicole. Le Coppe Volpi maschili e femminili sono più o meno inappuntabili: Fabrice Luchini per L'hermine , Valeria Golino con Per Amor vostro ; mentre il ragazzino Abraham Attah, di Beast of no Nation , si porta via il premio Marcello Mastroianni per il miglior attor giovane e/o emergente. Il riconoscimento a Luchini trascina con sé un premio alla sceneggiatura di L'hermine , scritta da Christian Vincent, che ne è anche il regista, più discutibile, ma tant'è e bisognerà farsene una ragione.

L'Italia, insomma, esce come grande sconfitta, aveva ben quattro film in concorso, da questo festival, così come, immeritatamente, lo era stata la scorsa primavera a Cannes, e qualche recriminazione è giustificata, anche se una scarsa incisività nazionale in giuria, rappresentata dal regista Francesco Nunzi, andava tenuta presente. Nell'insieme, il verdetto è accettabile e segna però pregi e difetti di questa edizione, in bilico fra un cinema d'autore e un cinema di pubblico, incapace in fondo di scegliere fra le due opzioni e destinato quindi a premiare opere che non soddisfano pienamente né l'una né l'altra. Sotto questo aspetto, film come Behemoth , di Zhao Liang, o Marguerite , di Xavier Giannoli, con una Catherine Frot, che non avrebbe demeritato la Coppa Volpi, per citare i due casi più rappresentativi, ne sono la più eloquente dimostrazione. Più o meno rimasta a bocca asciutta, esclusion fatta per il riconoscimento a Valeria Golino, l'Italia può comunque guardare a questa mostra in modo positivo: almeno tre dei quattro film in concorso ne dimostrano una rinnovata vitalità, un certo gusto per le sfide, la capacità di utilizzare cast internazionali, la voglia di esplorare nuove strade. Con i tempi che corrono, è già qualcosa, ma si ripete in terra italiana quello che era già accaduto in terra straniera, vale a dire a Cannes, e bisognerà rifletterci sopra. Non è tanto o solo questione di giurati nelle manifestazioni o di eccellenze attoriali o registiche che pure ci sono, è qualcosa di più sottile, una specie di inarrestabile decadenza che ci rende sempre più periferici, sempre meno protagonisti. Stiamo diventando una sorta di parente povero, che viene ancora invitato, ma fatto entrare dalla porta di servizio. Anche di casa sua.