"Vi mostro il crollo della Germania est attraverso le vite di cinque ragazzi"

Il finalista al Von Rezzori nel suo romanzo fa rivivere l'agonia della Ddr

«Le macerie di un mondo raccolte dai ragazzini»: è così che il premio Von Rezzori presenta Clemens Meyer, uno dei cinque finalisti con il suo Eravamo dei grandissimi (trad. di Roberta Gado, Keller, pagg. 608, euro). Insieme a Meyer, si giocano la finale il 17 giugno Mathias Enard, László Krasznahorkai, Édouard Louis, Valeria Luiselli e tutti partecipano fino a sabato, insieme a nomi come il Pulitzer Hisham Matar, il Goncourt Atiq Rahimi, Zadie Smith, Edmund White, Paolo Giordano, al Festival degli Scrittori organizzato dalla Fondazione Santa Maddalena a Firenze. Le macerie cui ci si riferisce sono quelle della Germania Est post-1989 e i ragazzini sono i cinque protagonisti del romanzo di Meyer, tedesco classe 1977: bambini al momento della riunificazione, sono costretti a diventare adulti tra piccole imprese criminali ed eccessi, in un Paese finito, il cui tracollo coincide per loro con la fine dell'infanzia.

Da dove viene la rabbia di questi ragazzi?

«Non so se sia rabbia. È piuttosto smarrimento. Crescono in un quartiere operaio, nei bar e nei cortili dei loro padri. Era un mondo proletario rude e duro già prima della Svolta. Dopo la riunificazione anche nel loro quartiere subentra una fase di anarchia, un interregno dove vige la legge del più forte. Guerre tra bande, droghe, naziskin, hooligan, ladri d'auto... Ma è un mondo che esercita su di loro anche una magia oscura, un cupo fascino romantico che li attrae in un vortice di criminalità, violenza e tradimenti».

I suoi personaggi sono individualisti. È una reazione al collettivismo o una caratteristica generazionale?

«Condividono la diffidenza nei confronti delle autorità e dei collettivi. Può senz'altro essere che sia una conseguenza delle strutture in cui sono stati inquadrati. Uno dei personaggi, Rico, si oppone al collettivo rappresentato dall'organizzazione dei pionieri, brucia il fazzoletto rosso, emblema dei pionieri di Thälmann, finendo in gravi difficoltà e per un breve periodo persino in una specie di riformatorio. L'esperienza ne fa un individualista radicale che comunica solo attraverso la boxe. Ma i cinque ragazzi sono legati anche da un forte amore reciproco, si giurano fedeltà sino alla morte e tanto più tragico risulta quindi il tradimento».

Esiste davvero la nostalgia per la dittatura socialista?

«Non penso ci sia, si tratta tutt'al più di nostalgia della sicurezza sociale ed economica goduta da alcuni negli anni del socialismo».

Nel suo romanzo ci sono alcuni simboli, come il cinema Palast, luoghi della Rdt che non esistono più.

«Il Palast Theater era un cinema di periferia malandato, un Cinema Paradiso come ne esistevano anche in Italia. Sedie di legno, pochi spettatori, la L di Palast dell'insegna che non si accende più facendolo diventare un Pa(a)st Theater, un cinema del passato. Prima della Svolta ci davano film d'avventura, film socialisti per bambini e western. Dopo, diventa un cinema a luci rosse e finisce in fiamme, probabilmente per incassare il premio dell'assicurazione».

Prima l'alcol, poi la droga: mantenere vivo il ricordo dell'Rdt o dimenticare?

«Nel quartiere in cui è ambientato il romanzo si beve da sempre. All'Est, in generale, il consumo alcolico era estremo. I protagonisti lo ereditano dai propri padri. Insieme al capitalismo arrivano le droghe, che promettono ebbrezza e libertà. I primi che ne fanno le spese finiscono per ripensare all'infanzia come veterani invecchiati anzitempo».