Murgia come fosse Antani Un saggio sull'identità pieno di «supercazzole»

Massimiliano Parente

A h, che divertimento, leggere i comunisti. Le comuniste ancora meglio, perché una donna comunista fa più impressione. Per esempio ho imparato molte cose leggendo Michela Murgia. Per dirne una, voi quali marcatori culturali avete? Come? Non conoscete i marcatori culturali? Non siete informati. Sappiate che «l'identità collettiva è un costrutto immaginario; fondare una comunità politica su di essa innesca continui processi di disconoscimento dell'altro, perché nessun cittadino reale possiede in toto i marcatori culturali che gli consentirebbero di essere perfettamente identico al modello dell'inesistente cittadino ideale».

Non è un brano di Toni Negri, non è marxismo-leninismo, bensì trattasi di murgismo, un capolavoro di comicità involontaria, una miniera di innesco di processi e costrutti immaginari piena zeppa di stronzate esilaranti. Tutto in un librino, edito da Einaudi, intitolato Futuro interiore, scritto appunto dalla suddetta Murgia, narratrice sarda e dura come un sasso, la parodia dell'impegno politico, del sociologismo pensoso, del marxismo fuori tempo massimo. Il succo, per farla breve, è che bisogna accogliere tutti di tutte le culture e mischiarsi tutti senza nessuna identità. Ma lei la fa lunga, nonostante siano solo ottanta paginette non passano mai.

«Inutile dire», continua la Murgia, «che se gli italiani venissero sottoposti alla verifica dello stesso marcatore identitario della cultura nazionale a cui vorrebbero sottoporre i figli degli stranieri, molti cittadini per sangue e per suolo molto probabilmente non passerebbero la verifica», perché insomma «sapremmo dire chi siamo senza evocare sangue e suolo?». Inutile dire, lì ha ragione, e tuttavia c'è lei a dirlo. Mi domando solo chi frequenti, la Murgia, io non conosco nessuno che si guardi i marcatori culturali e voglia sottoporgli i figli degli stranieri e si definisca in termini di sangue e suolo.

Ma la Murgia continua, e si pone domande profondissime, il suo è anche un libro quiz, per esempio: «Qual è lo spazio urbano che meglio parla di democrazia del Novecento?». Già non so come gli faccia a venire in mente una domanda del genere, uno spazio urbano che parla di democrazia, che cavolo sarà? Però sforzatevi. Ci avete pensato? Bene. «Non sorprende che per i profani quel che meglio rappresenta l'idea dello stare insieme sia la piazza». Anche io avevo pensato la piazza, siamo dei profani. Non è la piazza, perché «le cose sono cambiate». E allora? Sarà una spiaggia di Ibiza? Sarà Las Vegas? Sarà Youporn?

Non ve lo dice subito, ve lo dice dopo quindici pagine, c'è anche suspense, quello della Murgia è un thriller. «Due case civiche mi sembrano poter in parte accogliere il mite genius loci che ci si aspetta da una società senza dominatori». Due case civiche? Non sapevo neppure cosa fosse una casa civica, figuriamoci due. Per forza, non avevo letto la Murgia. «La prima di queste case civiche è il fenomenale Istituto del mondo arabo a Parigi». Voi andavate a Parigi a vedere il Louvre, la Torre Eiffel, il Pompidou, gli Champs-Elysées? Invece la casa civica è l'Istituto del mondo arabo. Ok, e la seconda casa civica? Dopo altre dieci pagine la Murgia rivela: «il secondo spazio urbano che rientra in una prospettiva di bellezza contemporanea è la biblioteca Salaborsa a Bologna». Proprio così, la biblioteca Salaborsa, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Nella Murgia ci sono anche innumerevoli, formidabili supercazzole (dall'inizio alla fine), come questa: «Viviamo in una società a matrice centrifuga, e questa parola crea la realtà che descrive: è il concetto stesso di centro che genera i suoi margini e dunque, come ne fosse l'inevitabile conseguenza, dà forma anche ai suoi emarginati». Per comprendere il concetto basta inserire la parola antani e rileggerlo. «Viviamo in una società a matrice antani, e questa parola che crea la antani che descrive. È l'antani stesso di centro che genera i suoi margini». Dopodiché, lo confesso, ho lasciato il librino a metà, e non per cattiveria, per carità, ma perché a un certo punto mi sono rotto i marcatori culturali, che finalmente ho capito cosa sono.