"La musica è la mia vita Cosa mi toglie? Tempo per le amicizie"

Il direttore d'orchestra, che si divide tra Roma e Londra, è stato premiato a Spoleto

Origini, fantasiosità e calore sono italiani. Il pragmatismo è anglosassone, esito di una fanciullezza londinese, giovinezza negli Usa e conduzione - ultra decennale - dell'Opera House di Londra. Il direttore d'orchestra Sir Antonio Pappano ha origini italiane, risiede a Londra, ha casa a Roma e in Umbria. Da anni fa il pendolare fra la capitale inglese e italiana dove dal 2005 guida l'Orchestra dell'Accademia Musicale di Santa Cecilia, con lui divenuto un complesso di statura internazionale. Domenica, al Festival di Spoleto, ha ricevuto il Premio Fondazione Carla Fendi, l'anno scorso conferito a Riccardo Muti. Proprio con Pappano, l'Orchestra di Santa Cecilia e Bollani al pianoforte, si è chiusa la 59esima edizione di un festival prima stellare, poi in crisi ed ora finalmente rinato anche grazie all'impatto dei mecenati, in testa Carla Fendi.

...una mecenate sincera.

«Ama l'arte, la cultura italiana, e mostra il suo amore con un sostegno concreto. Con Carla c'è poi una simpatica amicizia».

Così arriva un altro premio alla carriera. Dove si annidano le durezze di questo mestiere che da fuori pare così glamour?

«Nella fase dello studio, e in particolare di una partitura o conosciutissima oppure in cui ci si imbatte per la prima volta. Allora è come guardarsi nello specchio, e ci si chiede cosa si possa aggiungere di nuovo».

Vive tra Roma e Londra, entrambe hanno due nuovi sindaci. Li ha incontrati?

«Conoscevo Boris, ma non Sadiq Khan. Che però mi sembra molto in gamba, diretto. A Roma il nuovo sindaco è Raggi, giusta la pronuncia?».

Perfetta. Non l'ha incontrata, quindi...

«No. Vediamo cosa succede. C'è chi dice che con i 5 stelle l'arte soffrirà. E perché mai? Grillo ha avuto a che fare con il palcoscenico, anzi con il mondo del teatro, conosce le sofferenze del nostro mondo...»

Sembra fiducioso.

«Per fortuna attorno a Santa Cecilia si è creata una famiglia di sostenitori, persone che non solo ci aiutano finanziariamente, ci seguono, sono vicine. Bene. Però il governo ha le sue responsabilità, non siamo auto con guida autonoma, fermo restando che fatti recenti mostrano che anche questi veicoli fanno incidenti».

Cosa la preoccupa di più come direttore dell'Opera House?

«Proprio in questi giorni stiamo studiando l'impatto che la Brexit avrà sul nostro teatro. Orchestra, Coro e macchinisti sono stabili. Per il resto attingiamo forze da fuori. Se un cantante si ammala all'ultimo: come faremo? Non sarà semplice come prima provvedere a un last minute».

Che farà allo scadere del contratto con Londra?

«Proprio stamani, con mia moglie ci si chiedeva se rimarremo a Londra oppure no. Il contratto scade fra 4 anni. Chissà, vediamo cosa succede».

Dati i trascorsi e una professione che non ha confini, si sente europeo, americano o semplicemente cittadino del modo?

«Europeo più che mai. Mi riconosco nella cultura europea. A partire da quella del cibo».

E del vino, la sappiamo esperto degustatore...

«No, direi molto curioso. La curiosità è grande cosa: ti spinge a conoscere».

E che dire degli Usa?

«A volte mi sembra di non conoscerli più, soprattutto negli ultimi cinque anni. Continuo ad ammirare la grinta e lo spirito americani, quell'ottimistico posso farcela. Da figlio di emigranti, ho ben chiara l'etica del lavoro, la forza dell'America».

In cosa consiste l'«anima dell'emigrante»?

«Nel voler conquistare il successo, che non equivale necessariamente alla fama, ma alla volontà di raggiungere gli obiettivi prefissati. Ho visto i miei genitori lavorare in modo pazzesco, sono partiti da zero, l'obiettivo era vivere con dignità. Io stesso ho un forte senso del sacrificio».

Col senno di poi, cosa le è spiaciuto sacrificare?

«I rapporti di amicizia. Conosco tanta gente, ma non ho avuto il tempo per coltivare amicizie. Ora è meglio di prima, sono leggermente più rilassato, sempre consapevole del fatto che la musica è il mio mondo, ma il mondo è anche fatto di tante altre cose. Ora voglio iniziare a goderle».