Nada: "Ora canto le sofferenze che nascondiamo"

Poi uno si chiede perché Nada sia sempre attuale. Basta ascoltare il suo nuovo disco che è sul serio uno dei più sorprendenti del momento

Poi uno si chiede perché Nada sia sempre attuale. Basta ascoltare il suo nuovo disco che è sul serio uno dei più sorprendenti del momento: Occupo poco spazio, dieci canzoni secche, ispirate e decadenti. Per di più suonate da un'orchestra che è il florilegio del rock indipendente italiano, diretta da Enrico Gabrielli e formata da musicisti di Afterhours, Baustelle, Le Luci della Centrale Elettrica e Calibro 35. «Se oggi uno pensa alle difficoltà di fare un disco, manco inizia a farlo», spiega lei, Nada Malanima, uno dei pochi talenti virginei della musica italiana, debuttante al Festival di Sanremo nel 1969 e da allora rimasta sempre fedele a se stessa e alla sua volontà di «occupare poco spazio» o, meglio di dondolarsi «in disparte»: «Lo continuerò a fare per il resto della mia vita», spiega oggi con la stessa energia che si coglie in brani come La terrorista o nelle pagine dei suoi due romanzi. Sarà per questo che è diventata un'icona per tutta la scena alternativa del rock italiano, amata e rispettata nonostante non abbia mai avuto il piglio della Giovanna D'Arco o della trascinatrice integralista. «Tra noi - e lei si diverte nel dirlo - ci sono diversità di anni e generazioni. Ma quando ho cercato di di creare un'orchestra per questo progetto, un'orchestra che interagisse con me e che non fosse soltanto capace di srotolare un tappeto sonoro, tutti i musicisti hanno accettato subito. E Manuel Agnelli degli Afterhours è venuto spesso in studio ad ascoltare la mia musica». Di certo, ci sono brani come L'ultima festa che sono realmente magnetici, trascinati e trascinanti, capaci di illuminare l'orizzonte infinito che dal beat arriva fino al pop d'autore seguendo un filo conduttore che pian piano trasforma il disco in un concept. «È il racconto di ciò che si tende a nascondere, la solitudine, la fragilità, il bisogno e quindi lo sforzo di essere sempre all'altezza di certe aspettative o di certe esigenze». Quindi la sofferenza. «Fin da piccola - e la voce è uno squillo - mi avvicino sempre alle persone più disagiate e vivo il loro dolore. Attraverso il dolore si diventa migliori, più forti, più pieni di sfumature». E quando parla, lei classe 1953, conserva quell'entusiasmo duttile che hanno gli esordienti, quasi sempre sordi alle diffcoltà: «Non sento il peso degli anni, io racconto ciò che sento e mi sento sempre dentro l'adesso, dentro questo momento, senza alcuna nostalgia». Perciò questo disco è attuale, eccome se lo è. Garantito.