La Napoli raccontata da Vincenzo Salemme è esplosiva come una bomba di Maradona

Nel primo giallo scritto dall'attore si indaga sulla morte di un giudice

La passione napoletana per i fuochi d'artificio è nota. I partenopei si sono divertiti a inventare botti di dimensioni spropositate da usare a Capodanno che hanno assunto nomi colorati come il razzo Taricone, la testata di Zidane, le bombe di Osama Bin Laden, a cap' de Lavezzi.

Uno di questi incredibili ordigni che ha segnato l'immaginario di Napoli è sicuramente La bomba di Maradona (pagg. 314, euro 18) che da il titolo al primo romanzo noir di Vincenzo Salemme, pubblicato da Baldini & Castoldi. Questa bomba ci viene mostrata nelle prime pagine del libro in mano a un ragazzo che la sta comprando da un vecchio. Ha un involucro di carta spessa e lucida, color carta da zucchero che la fa sembrare una caramella incartata artigianalmente. E quando il giovane domanda all'uomo: «È potente sta bomba?». La risposta scontata è: «Dipende a che serve?». A cui il ragazzo risponde acidamente: «Non so' cazze d' 'e vuoste».

Il ragazzo è impaurito perché «tenuto al guinzaglio con il ricatto e con la speranza della sopravvivenza. Sopravvivere in questo mondo senza genitori protettivi, senza i compagni di scuola senza caschi e sempre in bilico tra la forza e la paura è un'impresa quasi impossibile. Ci riescono in pochi. Nemmeno i più ubbidienti alla legge di quella giungla hanno la certezza di compiacere per sempre il tiranno di turno. Anche i capi soccombono a nuovi capi e tutto accade con ritmi del mondo nuovo, un mondo così veloce da sembrare fermo, un mondo così frenetico da sembrare sordo. Sordo alle grida di aiuto di tutti questi ragazzi che il vecchio ha visto passare, nella sua lunga vita, da quelle parti».

Vincenzo Salemme attraverso gli occhi di questo anziano venditore di botti racconta ai lettori la filosofia di strada della sua Napoli. Mette nei pensieri di un fuochista l'occhio sincero su una città dove pochi giorni dopo morirà in un attentato causato proprio da quella bomba di Maradona l'irreprensibile giudice Picone. Dell'attentato verrà accusato il boss camorrista Cardella e a cercare di fare luce su quanto avvenuto sarà il magistrato Antonio Reale, un uomo cresciuto accanto a Picone e che da sempre ha avuto per lui un profondo rispetto ma che ha anche nutrito una forte attrazione per sua moglie Rosa, anche lei morta a causa dell'esplosione dopo aver dato alla luce il figlio Andrea di cui era in attesa.

Gli inquirenti non sono però convinti che la pista che porta a Cardella sia quella giusta e trovano che la bomba usata sia stata troppo rudimentale e impreciso per essere un ordigno progettato dal crimine organizzato. La situazione non risulterà ancora risolta a distanza di dieci anni quando a un regista come Gualtiero Maggio verrà affidata una fiction sugli eventi accaduti.

La costruzione di quel film diventerà l'occasione per indagare sul passato delle persone coinvolte nella vicenda ed aprirà nuovi squarci su cosa è davvero accaduto in quel marzo del 2008. Le riprese di Maggio procederanno passo passo con le sue indagini su chi era veramente Picone, chi era Rosa, chi è Andrea, chi è Reale, chi è Cardella. E il regista sceglierà volontariamente di cambiare i nomi dei personaggi per girare la sua fiction «non per nascondersi, ma per rendere più libero il suo film. Libero dal peso della realtà, dall'ipocrisia della retorica, dal dolore per il sacrificio compiuto in nome dell'amore. Voleva che il suo film raccontasse le persone, non gli eroi. Le persone che ci sono dietro gli eroi. Voleva raccontare che gli eroi molto spesso non sono soli, ma hanno anzi bisogno di chi li sappia raccontare come tali».

Perché spesso, ci ricorda Vincenzo Salemme, la finzione permette di raccontare cose che nella realtà rimangono ingiudicabili.