Nel Carnevale della lingua le parole sono costumi che nascondono la verità

La vita di un docente brasiliano di Filologia romanza. Scandita da vocaboli e menzogne

O professor, Heliseu da Motta e Silva, a 77 anni sta per ricevere una onorificenza dalla sua università, in Brasile. Se la merita, si dice davanti allo specchio, quella mattina, visto che già il decano della commissione di laurea, quando gli conferì la lode individuò in lui "una passione filologica come se ne vedono di rado"; e, nel corso degli anni in ateneo, Heliseu non ha tradito un complimento così generoso, anzi: da giovane accademico si era offerto per insegnare Filologia romanza.

Per Heliseu la lingua non è solo lingua, le parole non sono solo parole: sono vocaboli, mutazioni linguistiche che segnano la storia, dei popoli e personale, come dimostra la sua, di storia. Per dire, nel lontano 1975 conquista la trentenne dietro la scrivania della banca, Mônica, futura moglie ("l'amore della mia vita") e madre dell'unico figlio Eduardo detto Dudù, raccontandole un evento apparentemente marginale, eppure fondamentale: "La strana caduta della consonante intervocalica che nel secolo XI ha cominciato a separare, definitivamente, i parlanti portoghesi da leonesi, castigliani e insomma da tutti gli spagnoli". Mônica ne è affascinata. Ma che significa?

Lo spiega Cristovão Tezza, scrittore brasiliano (ma anche professore di Filologia romanza, come Heliseu...), nel suo O professor, che in italiano è stato tradotto da Fazi con La caduta delle consonanti intervocaliche (pagg. 238, euro 17,50, traduzione di Daniele Petruccioli), titolo che evoca l'ironia che attraversa tutto il romanzo, il racconto della vita del professor Heliseu, tutta concentrata in quelle poche ore mattutine in cui prepara il suo discorso di ringraziamento per gli ex colleghi dell'università: ed è una vita lunga, poco edificante, intrisa di menzogne e, certo, anche verità duramente accettate e qualche volta perfino espresse alla luce del sole, come quella volta che, alla fine, lui e Mônica lavano i panni sporchi, in casa, come bisogna fare; solo che poi finisce non proprio benissimo, visto che la moglie precipita dal balcone... ma è precipitata? O l'ha spinta Heliseu, come lo accusa il figlio, Dudù, da vent'anni negli Stati Uniti, dove vive con il fidanzato Andrew e ha anche adottato una bambina (quando Heliseu scopre il figlio in intimità con un amico, la moglie gli chiede: "Preferiresti che si drogasse?" e lui, "occhi aperti nel buio: Sì"). La caduta delle consonanti intervocaliche, insomma, è quel fenomeno per cui la Luna diventa lua, "la nostra luna brasiliana"; però lunar è rimasto tale, con la n, "perché si tratta di una parola ripescata nel Rinascimento", quindi: è il modo "per distinguere immediatamente una parola popolare da una aristocratica". Ecco perché il medico è "impopolare" già linguisticamente. Ecco perché a cinquant'anni Heliseu non può resistere al fascino di una studentessa trentenne, Therèse, "con quella sua piccola erre francese", con quella sua mente brillante, che gli suggerisce idee e spunti per il suo unico, vero lavoro accademicamente rilevante...

Heliseu, con la sua famiglia disastrata (anche Mônica avrà una amante, Úrsula) si definisce "un reazionario", "popolare ma non populista", uno che dai colleghi barricaderi si tiene alla larga, che della politica dice: "Non so, né ho mai saputo... Che angoscia, le opinioni". Heliseu, o professor, riesce a interpretare tutto, ma proprio tutto, in base alla filologia, perfino la futura carriera politica di una giovane Dilma Rousseff: "La presidente, la presidente, che nome orrendo, una persona che per la sola barbarie lessicale con cui ha scelto di farsi chiamare... una persona che già solo per questo testimonia i suoi limiti angusti, un blocco di anacoluti, eppure, miracolo, tempo dopo sarebbe stata alla testa del peggior governo brasiliano degli ultimi trent'anni". Si capisce che Heliseu, "un uomo del Quattrocento", come lo schernisce Úrsula, la amante della moglie, con la sua precisione di linguista devoto alla causa, con quel "tocco di creatività" preso in prestito dalla giovane amante, non possa che prendere in giro decenni di politiche fallimentari, regimi e opposizioni inette e paroliere, iniziative economiche surreali ("i fondi di investimento governativi, con rendimento giornaliero. Che meraviglia... finanziavamo un paese fallito e in cambio si guadagnava pure qualche spicciolo, in un circolo gioioso"); ma pure se stesso, un uomo ormai anziano dipendente dalla sua governante, donna Diva, muta e immobile come una statua dell'Isola di Pasqua; e pure la sua vita intera, la sua famiglia che "ha sovvertito ogni vigente legge di normalità", anzi, più che legge, dice il filologo Heliseu, "una patina tutta appiccicata insieme intorno all'anima, senza alcun nitore, come si fa a condurre una vita del genere, senza mai sapere cos'è capitato a sé o agli altri?".

È la vita di Heliseu, o professor, un paese una famiglia una carriera dignitosa, una autobiografia scandita da passaggi e momenti precisi, storicamente e linguisticamente definiti. Ecco, è alla fine di questa vita, che Heliseu confessa: "Soffro di disturbo immaginifico ricorrente, dottore". Cadute e ricadute, non solo di consonanti. La filologia spiega la realtà, smaschera la verità, e però la copre anche benissimo.