"Nella mia Altra metà c'è anche il pop che piace ai miei figli"

L'artista ha composto i brani del nuovo disco con giovani come Ultimo, Gazzelle e Colapesce

«Come è nato questo disco? Semplice, mi sono messo in gioco». Mica vero, non è così semplice rimettersi in gioco dopo aver vinto tante gare. Francesco Renga, che di natura è spontaneo ed entusiasta, c'è riuscito grazie anche grazie ai suoi figli che sono i termometri più sensibili della musica che cambia. «Sentivo l'esigenza di condividere la mia musica usando il loro linguaggio», spiega sotto una invidiabile e vorace massa di capelli neri. Insomma, L'altra metà è il nuovo disco di Renga, quello che diventa una ripartenza dopo, parole sue, «trentacinque anni di carriera». In fondo queste dodici canzoni rappresentano la scelta brillante di fuggire l'inevitabile ripetitività alla quale ti condanna una carriera così lunga. E allora largo ai giovani: da Gazzelle a Colapesce, da Danti a Ultimo, in questo disco c'è una bella rassegna di autori vincenti che firmano con lui quasi tutti i brani senza snaturare il padrone di casa perché, sia chiaro, Renga è Renga e il suo marchio lo conoscono tutti.

Però ci sono molte novità.

«Intanto ho deciso di cantare senza troppi fronzoli e senza esagerare nei virtuosismi nonostante ci siano brani in cui copro tre ottave. Già questa è stata una scelta importante».

E poi gli autori.

«Dopo il disco Tempo reale ho iniziato a capire che qualcosa stava cambiando. E mi si sono rizzate le antenne. Poi loro due hanno fatto il resto».

I suoi figli?

«Sì, Jolanda e Leonardo, 15 e 13 anni. Mi hanno aiutato a capire a conoscere. Ad esempio, Ultimo è il cantautore preferito di mia figlia e quindi ovvio che l'abbia ascoltato con particolare attenzione».

Avete scritto il primo singolo L'odore del caffè.

«C'erano alcuni versi troppo giovani per un cinquantenne come me e quindi li ho adattati».

Come ha scelto gli altri autori?

«Non certo per il loro nome».

E come è andata?

«Nel complesso, il confronto con il modo di intendere la musica di questi ragazzi, da Gazzelle a Paolo Antonacci ad Antonio Di Martino, mi ha portato a ritrovare una naturalezza che non avevo più».

Ad esempio?

«Se penso alla fatica che ho fatto qualche anno fa per cantare Il mio giorno più bello del mondo, qui siamo in un altro pianeta».

Risultato?

«Loro sono entrati nel mio mondo senza cambiarlo, anzi rispettandolo».

E lei come ha reagito?

«Mi sento più giovane di prima».

Addirittura?

«Anzi, dico di più. Mi fa piacere notare che gli artisti più giovani dimostrano di aver apprezzato il mio percorso musicale. Ad esempio, se Achille Lauro mi chiama maestro, non mi sento vellicato nella mia vanità e neppure mi sento vecchio. Percepisco soltanto di aver lasciato una traccia importante anche per chi ha molti anni meno di me».

Anche per i «trapper»?

«Perché no? Ogni generazione ha i propri linguaggi. Per noi negli anni Ottanta c'era il rock e il progressive era roba da vecchi e via dicendo. Così è sempre stato ed è anche ora. L'importante è accettare i cambiamenti e, soprattutto, accorgersene senza restare insensibili all'evoluzione della musica e della società».

E quanto è servito il lungo tour con Max Pezzali e Nek?

«Talmente tanto che ci è spiaciuto quando è finito. È stato un viaggio importante nel quale non soltanto mi sono divertito come un matto ma ho anche toccato con mano l'effetto dei miei pezzi su di un pubblico che non sia necessariamente mio»

Ossia?

«Ho capito che ci sono canzoni indispensabili e che è una sciocchezza ostinarsi a cantare dal vivo brani che magari per te sono importanti ma per chi ti ascolta hanno molta meno rilevanza».

A proposito, prima del tour autunnale, il 27 maggio si esibirà all'Arena di Verona e il 13 giugno al Teatro Antico di Taormina.

«E lì cercherò di fare anche tutte le mie nuove canzoni, senza troppa elettronica e con una band che pesta duro».