Nelle sale arriva "Mommy"

Un film di grande forza emotiva in cui amore, amicizia, gioia e sofferenza danzano tra loro in maniera toccante e singolare

Vincitore del Premio della Giuria a Cannes, l'intensissimo "Mommy" dell'enfant prodige del cinema internazionale, il venticinquenne Xavier Dolan, è uno dei migliori film dell'anno. Al centro della scena, il ritratto realistico di certe esistenze pregne di sofferenza e disperazione ma cui non difettano amore e coraggio e che diventano, quindi, esempi limpidi e commoventi di determinazione alla speranza. Diane (Anne Dorval) è una quarantaseienne molto piacente e dal look aggressivo; vedova da tre anni, è costretta a riprendersi in casa il turbolento figlio adolescente, Steve (Antoine-Olivier Pilon), appena cacciato dall'istituto in cui viveva. Il rapporto tra i due è conflittuale e difficilissimo perché il ragazzo, pur essendo affettuoso e molto vitale, soffre di una malattia mentale che gli provoca improvvisi quanto ingestibili picchi di violenza. Nel loro menage familiare si inserisce una vicina di casa, Kyla (Suzanne Clément), balbuziente a seguito di un non precisato trauma.

I tre si coalizzano per far fronte ai problemi e per conquistare qualche momento di serenità. In ascesa tra i registi più interessanti, Dolan è un giovane esuberante ed apparentemente pieno di contraddizioni: narciso, sfrontato e molto consapevole dei suoi mezzi, ha anche un temperamento giocoso, sporadici guizzi di umiltà e una sensibilità fuori dal comune. Il suo cinema, che trasuda energia e talento come pochi altri, si nutre della sua complessa interiorità e, talvolta, della sua storia personale; ad esempio il personaggio di Steve è ispirato al fatto che lui da bambino, pur non soffrendo di una patologia seria come quella raccontata nel film, aveva scatti di collera immotivati. Questa sua quinta pellicola, emotivamente disordinata come i suoi protagonisti ma, proprio in virtù di certi eccessi, ancora più attraente, è un piccolo capolavoro forgiato mettendo assieme dialoghi splendidi, una fotografia dalla luce calda, una colonna sonora di successi anni 90 (ascoltati da Steve su un cd appartenuto al padre) e, infine, una scelta ardita ma densa di significati: quella di girare in un formato, l'1:1, che fa da cassa di risonanza all'espressività dei personaggi e da metafora della loro soffocante realtà. L'eroismo della "mommy" del titolo, donna piena di risorse e di spirito sebbene la vita non sia stata clemente con lei, rende il film un inno alla combattività.

All'inizio siamo forse portati a giudicare i soggetti sullo schermo come atipici e dirompenti in maniera quasi fastidiosa ma, dopo un po' di tempo trascorso con loro a distanza tanto ravvicinata, impariamo cosa vuol dire mettere a tacere certi pregiudizi inconsci che scattano di fronte a tutto ciò che non ci pare familiare. A quel punto, semplicemente, li amiamo e ne condividiamo la sofferenza, comprendendoli nel profondo. Come tutti i rari titoli che sanno arrivare nelle viscere, "Mommy" susciterà emozioni diverse a seconda dello spettatore: alcuni resteranno prigionieri delle scene più crude e laceranti, serbando di quanto visto un ricordo buio, ma molti altri sapranno cogliere l'invito, che percorre tutto il film, a non lasciarsi vincere dalle avversità.

Commenti

Lontana

Sab, 06/12/2014 - 15:52

Ma quale enfant prodige, Dolan é solo il bambino viziato e finanziato dallo Stato per mettere in scena tutti i suoi capricci. Innalzato agli onori a spese dei contribuenti, solo perché giovane e omosessuale. Esaltato come al solito dalle critiche e punito ai botteghini, i suoi film non sono molto diversi dagli altri film impegnati del Quebec, noiosi, contorti, sempre drammoni con pochissime eccezioni.