Nico, musa di Andy Warhol e icona di una generazione

L'italiana Nicchiarelli racconta senza sbavature la vita di eccessi dell'artista resa famosa dai Velvet Underground

Da Venezia

«Sono salita sino in cima, sono scivolata sino in fondo. Il vuoto in entrambi i casi», disse Nico in un'intervista qualche anno prima di morire. «Ecco perché successo e insuccesso mi lasciano indifferenti, due facce della stessa medaglia». Erano gli anni Ottanta e per molti non era altro che il fantasma irriconoscibile, sfatta di fisico e fatta di eroina, di ciò che appena un decennio prima era stata, l'incarnazione stessa della bellezza rock, seducente e distruttiva. Nata nel 1938, morì che non aveva nemmeno cinquant'anni, a Ibiza, dove tutto aveva avuto inizio, a partire dal nome, Nico, appunto, al posto del più tradizionale e tedesco Christa, datole da un fotografo di moda in omaggio a un collega e amico allora scomparso, Nico Papatakis. Morì in modo banale, una caduta dalla bicicletta resa fatale dal rifiuto di tre ospedali di prestarle soccorso, dopo che un tassista l'aveva raccolta da terra e caricata sulla sua vettura: l'assenza di documenti, il volto tumefatto dall'impatto con il terreno, il vestire trasandato la fecero scambiare per una vagabonda, una delle tante... «È un dramma sentirmi come un'aliena a me stessa. Non ho alcun riferimento per capire chi io sia. Vivo come in un perenne esilio».

Nico, 1988, è il bel film di Susanna Nicchiarelli, in concorso nella sezione Orizzonti. I suoi punti di forza sono Trine Dyrholm (già Orso d'argento a Berlino lo scorso anno per La Comune) come protagonista femminile, stupefacente nel rendere quell'insieme di sfacelo e carisma che fu l'ultima Nico, e l'assoluta assenza di sentimentalismo con cui la sua vicenda è raccontata. «Di Nico si parla solo in funzione degli uomini famosi con cui è stata dice la regista - oppure soltanto in virtù dell'esperienza Factory - Warhol - Velvet Underground. Ma Nico è stata altro ed è stata molto di più negli anni a venire. La sua storia è quella di un'artista che trova soddisfazione nella sua arte dopo aver perso la maggior parte dei suoi fans; è la storia della donna più bella del mondo che si scopre felice soltanto dopo essersi liberata della sua bellezza. Io ho voluto fare un film su questo e ho anche voluto raccontare la storia di tante donne, perché sono convinto che nella sua parabola al contrario, per quanto drammaticamente estrema, ci sia tutta la difficoltà di una donna nel vivere il proprio ruolo di artista, e di madre, negli anni della maturità».

Completamente estraneo a ogni logica di biopic, Nico è un film asciutto e a volte ironico. «Vivo a Manchester - dice Nico alla radio locale che vorrebbe celebrarla ancora come la femme fatale cantata da Lou Reed - perché mi ricorda Berlino. Una città di macerie...» All'amico-manager inglese che si professa socialista, replica divertita: «Socialista? Nell'Inghilterra d'adesso? Non farmi ridere...»

Dicono alcuni esperti di musica che la «seconda» Nico, quella che riapparve nel 1981, dopo anni di silenzio, con Drame of Exile e Camera oscura, non avesse nulla da invidiare alla prima e che tutto il movimento dark, il cosiddetto rock delle tenebre, le deve molto. Eppure c'è una chiave nel film che la Nicchiarelli non usa, più interessata com'è, un'ottica questa tipicamente femminile, a considerare la bellezza non un dono, ma una colpa di cui ci si debba emendare. Riguarda l'abitudine di Nico di girare con un registratore per cercare di ritrovare lo stesso suono che l'aveva segnata nei suoi anni di bambina, durante i bombardamenti sulla Germania nella Seconda guerra mondiale. «E' il suono della sconfitta», dice a chi la interroga in proposito, ed è difficile non cogliere la metafora che le gira intorno. Piombata come una meteora fra moda e cinema all'inizio degli anni Sessanta, vissuta come un'aliena lungo tutto quel decennio, dalla Dolce vita di Fellini, dov'era una presenza sfolgorante e lugubre, al disco dei Velvet che con All Tomorrow's Parties la portò alle stelle, Nico si dissolse per poi freneticamente cercare una possibile rinascita come artista e, soprattutto, come madre, il figlio abbandonato ancora bambino e recuperato solo nella maggiore età. «Ho sempre pensato che sarei finita come una vecchia, grassa barbona. E invece ora vorrei invecchiare come una elegante signora...».

Non è stato così, ma ci stava provando.