Non fate gli ipocriti: basta parlar di sesso ridateci le vallette

Bar Refaeli, altezza metri 1 e centimetri 74, taglia 36, peso chilogrammi 57, scarpa 40, tralascio seno, vita, fianchi. Carla Bruni, altezza metri 1 e centimetri 76, taglia 34, peso chilogrammi 59, scarpa 38, tralascio come sopra misure dal mento in giù. Luciana Littizzetto, tralascio tutto? No, altezza metri 1 e centimetri quasi sessanta, taglia oscillante tra 42 e 44, peso chilogrammi 55, scarpa 33 e 1/2. Ci siamo no? Perché sto facendo questo paragone fra le donne del festival sanremese di ieri sera? Perché sono proprio gli autori, i creativi, gli uomini di Leone che se badano alle spese (si fa per dire, visto il corteo di presenter la cui utilità è ignota agli stessi), hanno deciso di abolire la figura della bella femmina, della pupona, della storica accompagnatrice o presentatrice del programma, al massimo la fanno apparire come la Madonna per dimostrarne l'esistenza, ma estranea al gioco festivaliero.
Basta con la donna usata e rispedita dietro le quinte. Avanti con l'intelligenza e l'ironia, abolendo il luogo comune, cancellando la valletta, la velina, la letterina, tutto quello che poi ricompare un'ora prima o il giorno dopo, stessa emittente, stessa rete.
Ma poi accade che proprio la Littizzetto Luciana si riempia la bocca di «gnocca», «strafiga», «tette», «culo», insomma il repertorio che quando entra a far parte dei copioni nei film di Vanzina e soci allora è trash, allora è volgare, scurrile, inopportuno. Ma volete mettere il Devoto Oli o lo Zingarelli della Littizzetto? Volete mettere la sua parlata risciacquata nel Sangone o nella Dora Riparia, con un passaggio lungo i Murazzi? Dunque zitti e mosca, usi ad obbedir tacendo come i militi della benemerita, alla Littizzetto è concesso il libero dire, il suo pensiero leggero e pure divertente scade in monologhi da oratorio, sito questo in via di estinzione come l'orso marsicano, la foca monaca e il lupo rosso. La lettera-preghiera dedicata all'inesistente San Remo è stato il compitino in classe di una banalità da festa in casa nei favolosi anni Sessanta e a rendere il carnevale più buffo ci ha pensato lo stilista che ha addobbato l'artista con abiti che sembravano sottratti al guardaroba di Assunta Almirante o Gina Lollobrigida, post matrimonio per procura.
Qui non si discute la verve (ma che roba è?) della comica attrice, la quale come eventuale vicina di ombrellone stimolerebbe un immediato cambio di vacanza, puntando alla montagna, tanto noiosa e rompipalle (secondo suo frasario) continua a essere con tutti, compresa la sua concittadina Bruni che l'ha tenuta a distanza, secondo stile piemontese, falso e cortese. Qui tento di capire (di nuovo ci vorrebbe l'interrogativo) perché da una parte si aboliscano le forme e dall'altra poi se ne parli, ad ogni occasione, con il doppio senso o con un senso unico e solo. È capitato anche mentre il coro russo stava sull'attenti, stupito di tanta femminilità italiana, e quando Toto Cutugno ha invitato la Littizzetto a battere bene, la Luciana non ha perso il colpo replicando: «mai nessuno mi ha detto che batto bene». Minchia Sabbry, ritengo che possa dire e fare altro, altrimenti è tutta roba prevedibile e scontata, una terapia da somministrare per via intramuscolare e non in una seduta di quattro ore, da night hospital.
Dunque Bar Refaeli e madame Sarkozy Bruni Tedeschi Gilberta Carla hanno restituito al festival il maltolto, la bellezza di cui abbiamo comunque bisogno, a parte i promessi sposi gay, il fazismo alla ricerca del Saviano o del Baglioni perduti. Quando il padre di Giancarlo Leone era il presidente della Camera, venne presentata a Sanremo, da Claudio Villa e Gino Latilla, la canzone Il pericolo numero uno? La donna. Il figlio se ne è ricordato. E ha scelto la Luciana, con un crollo verticale della comicità, spesso patetica, dopo il Crozza fantozziano e il Marcorè usato come un panchinaro.