«Non si può vivere senza amici»

Nel prezioso epistolario del critico, tutta la cultura del Novecento

Andrea Caterini

C ritico e storico d'arte, teorico del restauro, poeta, professore universitario ma anche funzionario pubblico nelle Belle Arti. Capace di spaziare, con uguale acume, dall'antico (si ricordino almeno i suoi studi sul Medioevo e su Giotto, o sulla pittura riminese del Trecento) al contemporaneo (i saggi su Burri e soprattutto su Morandi). Cesare Brandi è tra gli intellettuali più complessi del Novecento. Di lui conoscevamo tutti i suoi scritti, compresi i volumi di viaggi (da quelli per tutta l'Italia, fino a quelli in Africa e Medioriente). Ora arriva in libreria un volume che raccoglie una vasta scelta del suo epistolario: Credi al mio pessimo e tenerissimo carattere. Lettere 1930-1981 (a cura di Vittorio Rubiu Brandi e Marilena Pasquali, Castelvecchi, pagg. 414, euro 35). È un libro importante perché ci svela, prima che l'intellettuale, l'uomo. L'epistolario si legge infatti come un'inconsapevole autobiografia, scritta in presa diretta, quotidianamente; e proprio perché inconsapevole, assolutamente sincera. Non solo l'autobiografia di un uomo ma anche quella di mezzo secolo di cultura italiana. Brandi dialoga infatti con i suoi amici, e sono amici a tutti noti: Giulio Carlo Argan, al fianco del quale lavorerà per diverso tempo, e che lo aiuterà, quando per lavoro fu mandato a Rodi, a tornare in Italia nell'ottobre del '38; Giuseppe Raimondi, a cui fa leggere e valutare i suoi versi; Emilio Cecchi, che considerava come un padre; e il già citato Giorgio Morandi. E, ancora, emergono il rapporto altalenante con Mario Tobino e l'ammirazione per Roberto Longhi.

Sono lettere a volte ironiche, altre preoccupate per la situazione storica. Brandi lamenta spesso la sua solitudine ma da questa apprende anche una lezione di vita. Scrive a Toti Scialoja il 19 dicembre 1950: «Ma tra le cose che la solitudine insegna c'è anche l'elezione della solitudine. Si impara allora ad accettare se stessi per quel che siamo e non solo per quel che si vorrebbe essere, e gli altri in egual maniera». Ha sempre una parola per tutti, è instancabile, lavora come un pazzo. Non mancano anche giudizi severi espressi in confidenza. Ad esempio, scrive in una lettera del '41 a Raimondi: «Io ho sempre stimato la poesia di Montale, e ho sempre avuto tanta simpatia per lui. Ma insomma io non sono più un ragazzo e trovo che questo modo di trattarmi, come se lui fosse già nell'Olimpo e io sedessi in Boezia, è per lo meno eccessivo». Ma anche i giudizi più severi non scalfiscono la fedeltà di Brandi al valore supremo dell'amicizia, «lo scambio di idee, le letture, le reazioni, la vita vista da uno stesso punto di vista», e che infine gli fa dire che «Senza amanti si può vivere, ma senza amici no».